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mercoledì 1 agosto 2018

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giovedì 19 luglio 2018

Sindone, la scienza conferma è un artefatto medievale

Sindone, la scienza conferma è un artefatto medievale

Le macchie di sangue si contraddicono tra loro e,
 quindi, non possono che essere un artefatto.

La scienza torna sulla Sacra Sindone. Una nuovo studio condotta da Matteo Borrini dell’Università di Liverpool e Luigi Garlaschelli del Cicap, ha messo in luce alcune incompatibilità. Almeno la metà delle macchie di sangue presenti sarebbe ingiustificabile considerando la posizione del corpo e l’angolazione delle braccia necessaria per ottenere quelle macchie  visibili. I risultati pubblicati sul ‘Journal of Forensic Sciences‘ si fondano su un particolare esperimento cui hanno preso parte personalmente gli stessi studiosi con l’obiettivo di ricostruire la formazione delle macchie sul lenzuolo di lino conservato presso il Duomo di Torino,
 con l’aiuto di tecniche proprie della medicina forense.

I rivoli presenti sul dorso della mano sinistra della Sindone sarebbero coerenti solamente con un soggetto posto in posizione eretta e con le braccia poste ad un angolo di 45° circa.  L’angolazione, però, è diversa da quella prospettabile per le macchie dell’avambraccio, che richiedono una posizione delle braccia pressoché verticale, nel caso di soggetto in piedi. 

La ferita che avrebbe provocato la macchia di sangue visibile sul lato frontale del torace, inoltre, mostra il sanguinamento realistico sempre per la posizione eretta, mentre, le macchie sul retro, presenti sempre a causa dalla stessa ferita, sono totalmente irrealistiche per un uomo in posizione supina. La simulazione del sanguinamento dalle ferite, insomma, ha prodotto risultati ‘non chiari’. Ma siamo sicuri di poter parlare ancora di mistero? Ne abbiamo parlato con Matteo Borrini.

Lo studio quando e come è stato condotto? Su quali elementi della Sindone avete lavorato Quale il ruolo del dottor Garlaschelli, noto nel mondo della sindonologia?

Il primo studio è stato presentato all’Accademia Americana di Scienze Forensi a Orlando nel 2015 ed il secondo, nel 2016 a Las Vegas. Inizialmente, ci siamo occupati di studiare il sanguinamento di un uomo appeso alla croce, focalizzandoci, in primo luogo, sugli avambracci ed in secondo luogo, su polsi e torace. Il dott. Garlaschelli è stato parte integrante dello studio; è stato anche la persona su cui ho eseguito i test. Ha fatto in cieco le misurazioni degli angoli per ridurre il rischio di errori, poiché, all’interno di uno studio scientifico, è sempre importante fare dei test fra osservatori.

Lo studio aveva come scopo quello di verificare la compatibilità delle macchie presenti sulla Sindone con quelle prodotte da un corpo crocifisso, è corretto? Ci può precisare meglio i termini della ricerca?

Dopo aver capito che era possibile ricostruire il sanguinamento di un uomo sulla croce, abbiamo iniziato a studiare l’eventuale compatibilità del sanguinamento sul telo sindonico. Il tutto è stato comparato con fotografie ad altissima risoluzione della Sindone. Abbiamo ottenuto dei risultati: effettivamente, il sanguinamento sulle braccia si è dimostrato compatibile con una crocifissione con le braccia elevate verso l’alto in una specie di Y. Questa era una posizione realistica. Dopo di che, abbiamo studiato il resto delle macchie per vedere se c’era concordanza o meno con quello che avevamo scoperto; lì, abbiamo notato una non compatibilità tra 
le varie macchie e una discordanza interna. 

Ci può precisare quali sarebbero le macchie sicuramente non compatibili?

Con la ricostruzione del sanguinamento sulle braccia, possiamo dire che l’individuo si trovava con le mani in alto separate e in orizzontale; questo è compatibile con una croce il cui patibolo (bacio orizzontale) fosse relativamente corto. Non si spiega, però, il sanguinamento in direzioni diverse, ad esempio, sui polsi. Abbiamo, quindi, fatto uno studio specifico sul sanguinamento post mortem non trovando compatibilità con la posizione orizzontale del corpo staccato dalla croce e deposto nel sepolcro; il sangue fluisce in direzioni diverse, quindi, ne abbiamo dedotto che non fosse possibile che quel sanguinamento fosse avvenuto dopo la morte. Abbiamo anche accettato che il sanguinamento potesse essere avvenuto in due tempi e che, quindi, il sangue sui polsi sia colato dopo lo spostamento del corpo; ma, fatto questo esperimento, abbiamo notato che il sangue non fluisce nella stessa direzione, quindi, è una grossa incompatibilità. Ricapitolando, non può essere spiegato il sanguinamento né sui polsi né in posizione supina. La grossa incompatibilità la abbiamo, poi, quando parliamo del torace e del sanguinamento che sarebbe il risultato del colpo di lancia sul costato. Abbiamo riprodotto il sanguinamento su di un modello in posizione verticale e ciò che succede è che il sangue scorre verso il basso. La direzionalità del sanguinamento è simile a quello che si vede sulla sindone. Tuttavia, si vede anche un sanguinamento posteriore attraverso i lombi, la c.d. cintura di sangue. Questo è stato tradizionalmente interpretato come il risultato del sanguinamento post mortem, quando il corpo era stato messo nel sepolcro. Nel nostro esperimento con un corpo orizzontale il sangue non raggiunge mai la zona dei lombi, non forma mai la cintura orizzontale ma origina una grossa chiazza a livello della scapola, quindi, non solo non arriva mai ai lombi ma si ferma molto molto più in alto, a livello laterale dell’ascella. E li non va a formare una cintura, ma una grossa chiazza. C’è incompatibilità sia nella forma che nella posizione.

Cosa cambia dopo questo studio?

Il mondo scientifico ritiene la Sindone un artefatto medievale. Io ritengo che la comunità scientifica avesse già molti elementi per attestare la non autenticità della sindone, dopo aver fatto studi chimici ed aver analizzato i dati storici. Gli elementi per credere che sia un’opera d’arte e non altro, c’erano già. Credo che il ‘caso Sindone’ dovesse considerarsi già chiuso. La nostra ricerca aggiunge un elemento in più, certo, a sostegno di tutto questo. Da professore forense, ritengo che questo studio dimostri, così come altre mie pubblicazioni, che le scienze forensi possono essere anche applicate con successo su reperti archeologici e storici per gettare luce su aspetti interessanti della nostra storia. Credo che questo dimostri le potenzialità di un simile approccio multidisciplinare.

Lo studio, però, se lo si va a vedere (almeno nell’estratto a disposizione del pubblico) parla anche di elementi, invece, probanti se non altro la compatibilità, per esempio, sul dorso della mano sinistra e sul lato frontale del torace. Altresì, molti gli elementi sui quali il lavoro in laboratorio ha prodotto ‘risultati non chiari’, come si legge su ‘Journal of Forensic Sciences’. Facendo la tara, sono più gli elementi che depongono per la compatibilità o quelli che depongono per la incompatibilità?

Questo è un po’ il nostro modo di esprimerci, come scienziati forensi, parlare di compatibilità e di incompatibilità. Ritengo che le macchie della Sindone si contraddicano tra loro e, quindi, non siano compatibili tra loro. Questo significa che sono irrealistiche, artefatte. Possiamo parlare di elementi che sono tra loro concordanti verso la ‘non realtà’. La sentenza è unica. Siccome parte delle macchie contraddice l’altra parte, le macchie si contraddicono tra loro e, quindi, non possono che essere un artefatto. Così come in un’indagine forense, non bisogna puntare ad un singolo elemento, ma a diversi elementi che concorrono tra loro a ricostruire un evento che, in questo caso, risulta artificiale.

Se vi fosse la possibilità per gli scienziati di accedere alla Sindone, a suo avviso, quali studi sarebbe necessario fare?

Direi che molto è già stato fatto ma se volessimo fare qualcosa perché per sfatare ogni dubbio, si dovrebbe ripetere la datazione radiocarbonica. Ma non credo che qualcuno avrà mai più accesso al telo. Susciterebbe ulteriori polemiche ed, in fondo, ci sono già tutti gli elementi, come si dice in gergo tecnico, gravi precisi e concordanti.

Gran parte dei titoli di queste ore giocano sul sensazionalismo, che in fatto di Sindone scatta sul negativo, cioè, sulla non autenticità: ‘Sindone, una parte delle macchie di sangue è falsa’; ’Sindone, “parte delle macchie di sangue non può essere vera’; ‘Sindone, studio choc’; ‘Sacra Sindone, almeno metà delle macchie di sangue è falsa’. Questi titoli li trova fedeli? Sono rispondenti ai risultati della Sua ricerca?

Quando si parla di macchie ‘false’, il titolo non risponde alla verità; le macchie analizzate nel loro complesso lo sono. È sbagliato usare il termine ‘falsità’ perché il termine significa che qualcuno ha necessariamente fatto la sindone per ingannare il prossimo. Non credo che si debba necessariamente parlare di una cosa simile per il Medioevo, un’epoca in cui le reliquie avevano una funzione didascalica. Ritengo che sia corretto dire che le macchie sono artefatte, e di conseguenza che la sindone è un artefatto. 

La ricerca è volta a definire la compatibilità delle macchie, l’autenticità o la falsità di tali macchie? La non ‘compatibilità’ è sinonimo in questo caso di ‘falsità?

Lo studio è nato per analizzare cosa succede ad un condannato a morte in crocifissione dal punto di vista del sanguinamento, poi, ci siamo spostati alla comparazione con la Sindone. Infine ,abbiamo iniziato a parlare di compatibilità. Sarebbe forse più chiaro usare il termine ‘realismo’: queste non sono macchie, ma sono segni tracciati dalla mano dell’uomo. Se ci si chiede, le macchie sono compatibili con il sanguinamento di un uomo in croce, la risposta è no. E se si dice no, vuol dire che questo individuo non ha sanguinato sulla croce, né dopo. Sono macchie irrealistiche e sono artefatte. La Sindone è un quadro.

Se concludessimo che come sempre al termine di uno studio sulla Sindone anche in questo caso alla fine ciò che di davvero reale si deve concludere è che anche questa volta ci ritroviamo con in mano un pugno di mosche (risultati a favore e risultati contro e molti ‘risultati non chiari’ e che la Sindone resta un mistero sarebbe scorretto?

Siamo di fronte, secondo me, a qualcosa di più che chiaro già da molto tempo. Il mistero è risolto da molto tempo e questo studio non fa altro che confermarlo. Tuttavia, da cattolico, posso dire che la sindone, come una qualsiasi altra pittura, rappresenta per i cristiani il mistero della morte e risurrezione di Cristo. Questo è l’unico mistero.

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Nella faccenda della datazione del carbonio 14 c’era stato lo zampino della massoneria 
che voleva a tutti i costi dimostrare che la Sindone fosse di epoca medievale...

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mercoledì 9 maggio 2018

Scoperti i Segreti Genetici del Profumo delle Rose



Una collaborazione internazionale ha ottenuto un sequenziamento di elevata qualità del genoma di Rosa chinensis, una specie fondamentale per le moderne ibridazioni delle rose. I dati, combinati con quelli delle analisi biochimiche e molecolari, hanno svelato nuovi cammini genetici correlati al colore e al profumo della rosa e hanno anche identificato altri geni 
probabilmente responsabili della fioritura.

Getta una luce sui segreti genetici e molecolari responsabili del colore e del profumo della rosa il sequenziamento del genoma della specie Rosa chinensis pubblicato su “Nature Genetics” da Olivier Raymond dell’Università di Lione-CNRS e colleghi di un’ampia collaborazione internazionale.

Le rose sono tra le piante ornamentali coltivate dall'uomo fin dall'antichità, per esempio in Cina, e sono attualmente tra le più coltivate in tutto il mondo. La domesticazione è stata motivata dalle loro caratteristiche ornamentali e il valore terapeutico e cosmetico, e l’intervento degli esseri umani, con successivi incroci e innesti susseguitisi per secoli, ha reso l’evoluzione del genere Rosa estremamente complesso e variegato.


Oggi si contano circa 200 specie del genere Rosa, più della metà delle quali sono poliploidi, sono cioè dotate di diversi corredi cromosomici completi. Ma a contribuire alle attuali complesse cultivar di rose ibride (Rosa hybrida) si ritiene che siano state solo da 8 a 20 specie, originarie del continente europeo, dell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, tutte tendenzialmente tetraploidi.

Questi successivi incroci hanno dato origine agli ibridi di rosa tea, considerati i progenitori delle rose moderne e caratterizzate da tratti fenotipici straordinariamente diversi. Tra i tratti genetici originari della rosa cinese, spiccano la fioritura ricorrente, i colori e il profumo.


Nonostante i recenti progressi, la mancanza della sequenza del genoma della rosa ha ostacolato la conoscenza dei fattori molecolari e genetici determinanti per questi tratti e della loro storia evolutiva. Proprio a causa dei lunghi processi d’ibridazione, i genomi delle rose sono un rompicapo per gli studiosi, nonostante la loro dimensione relativamente piccola, 
valutata in soli 560 Mb (milioni di basi).

Raymond e colleghi sono riusciti ad assemblare un genoma di elevata qualità di una varietà di rosa cinese chiamata Old Blush. Sono così riusciti a condurre un’analisi genomica comparativa con altre piante come fragola, albicocca, pesca, mela e pera per ricostruire 
l’albero filogenetico e l’evoluzione della rosa.


L’informazione genomica, combinata con le analisi biochimiche e molecolari, ha svelato nuovi cammini genetici correlati al colore e al profumo della rosa e hanno anche identificato altri geni probabilmente responsabili della fioritura. Tutte queste nuove informazioni, complessivamente, potrebbero trovare utile applicazione nelle tecniche genetiche per migliorare le coltivazioni.

Gli autori auspicano che questa nuova risorsa genomica rappresenti una base scientifica solida per ricercatori e ibridatori di rose da cui partire per manipolare aspetti fondamentali della fisiologia delle diverse varietà, quali la fioritura, il colore, l’efficienza dell’innaffiatura, l’intensità del profumo, o l’incremento della vita in vaso.


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venerdì 27 aprile 2018

Dente in 3D Contro le Infezioni



Quasi due terzi delle persone con protesi ai denti soffre di frequenti infezioni fungine che causano infiammazione, arrossamento e gonfiore in bocca. Per trattare meglio queste stomatiti, i ricercatori dell'Università di Buffalo hanno sfruttato le potenzialità delle stampanti 3D, utilizzandole per costruire veri e propri denti a tre dimensioni, riempiti con capsule microscopiche che rilasciano periodicamente amfotericina B, un farmaco antifungino. E uno studio pubblicato su 'Materials Today Communications', ha verificato che le protesi contenenti il medicinale possono realmente ridurre la crescita dei funghi.


La tecnologia consente ai medici di creare rapidamente una protesi dentaria personalizzata in acrilammide (il materiale che si usa attualmente per la fabbricazione di protesi dentarie), molto migliore rispetto a quelle di produzione convenzionale. A differenza delle attuali opzioni di trattamento, come i collutori antisettici, il bicarbonato di sodio o la disinfezione a microonde, il nuovo strumento è infatti in grado di prevenire l'infezione direttamente in sede. 


"Il principale impatto di questo innovativo sistema 3D sarà sul risparmio di tempo e costi", afferma Praveen Arany, autore senior dello studio e professore del dipartimento di Biologia orale della UB School of Dental Medicine. Le applicazioni di questa ricerca potrebbero anche interessare altri usi clinici, tra cui stent cardiaci e altri generi di protesi.






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lunedì 23 aprile 2018

Lo Spettacolo delle Liridi


Stelle cadenti, è la settimana delle "Liridi": come, dove e quando godersi lo spettacolo
Un graffio nel cielo, uno spettacolo semplicemente senza tempo: il picco domenica sera


Stelle cadenti 22 Aprile 2018 
  Lo spettacolo delle Liridi 
Come e dove vederle
Un graffio nel cielo, uno spettacolo semplicemente senza tempo. Le stelle cadenti emozionano sempre grandi e piccini, ognuno alle prese con i propri desideri da esprimere. È la settimana delle stelle cadenti, il picco è atteso (maltempo permettendo) per domenica 22 aprile. Le Liridi, stelle cadenti di primavera, sono tradizionalmente "capricciose": nelle ore del picco si va  da 20 meteore all’ora, ad anni in cui se ne possono vedere fino a 100 all’ora.


Liridi, le stelle cadenti di primavera
"Gli sciami di meteore non sono sempre prevedibili con esattezza, perché sono generati da una nube di polveri e frammenti che la Terra a volte centra in pieno e a volte sfiora e, inoltre, se questo capita in pieno giorno non vediamo le scie luminose" 
ha detto Paolo Volpini, dell’Unione Astrofili Italiani (Uai).

La nube di detriti che la Terra attraversa è quella lasciata lungo la sua orbita dalla cometa Thatcher, che passa nel Sistema Solare interno ogni 415 anni (l'ultima volta è stato nel 1861 e ripasserà nel 2276). Quando i frammenti cadono nella parte superiore dell'atmosfera terrestre bruciano, producendo una pioggia di scie luminose che sembra scaturire dalla costellazione della Lira, da cui queste meteore prendono il nome.


Quindi per osservarle al meglio bisogna aspettare che sorga questa costellazione: "la Lira appare all'orizzonte Nord Est intorno alle 22,00 e rimane alta fino all'alba" ha spiegato Volpini. 

Picco domenica 22 aprile 2018
Quando godersi lo spettacolo? Il momento migliore è la parte centrale della notte fino all'alba, cioè dopo il tramonto della Luna, che la notte tra il 21 e il 22 aprile sarà quasi al primo quarto. Inoltre, ha proseguito, "nell'attesa di vedere le Liridi si potrà cogliere l'occasione per osservare Giove, che sorge a Est quasi allo stesso orario della Lira e, chi avrà pazienza di aspettare, nelle ore successive, potrà vedere Marte e Saturno". Ma lo sciame è già attivo e lo sarà fino al 25 aprile, quindi i più fortunati anche in queste sere potrebbero scorgere le spettacolari stelle cadenti.

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martedì 3 aprile 2018

L’Etna sta Scivolando in Mare


 Ma per ora non ci sono pericoli

Immaginate l’Etna come ad una gigantesca coperta a forma di cono appoggiata su sedimenti marini che si depositarono in mare centinaia di migliaia e milioni di anni fa e sui quali la gigantesca montagna di lave sta lentamente scivolando in direzione del mare. Un movimento apparentemente lento e lo è in termini umani, in quanto si sposta di 14 millimetri all’anno o se si vuole di 1,4 metri ogni secolo, ma se si pensa all’immane massa del vulcano forse risulta più facile immaginare quali possono essere le forze in gioco.


Ed è per questo che un gruppo di scienziati guidati da John Murray della Open University e autore di una ricerca pubblicata su Bulletin of Vulcanology ha detto: “Per il momento va detto e sottolineato che il fenomeno non crea alcun motivo di apprensione, ma è qualcosa di così gigantesco che va tenuto sotto costante controllo, soprattutto se nel prossimo futuro dovesse esserci 
un’accelerazione del movimento in atto”.


Murray è riuscito a calcolare lo spostamento grazie ad un’estesa rete di Gps che la sua equipe segue da 11 anni. I GpsS sono strumenti che grazie all’invio di segnali di opportuni satelliti sono in grado di misurare con precisione millimetrica la posizione di un oggetto sulla Terra. In questo modo Murray ha potuto verificare che l’immensa coltre di lave che costituiscono il vulcano sta scivolando verso est-sud-est in direzione di Giarre, che dista circa 15 chilometri dal vulcano stesso. La pendenza del substrato su cui scivola il vulcano è molto dolce, non superando i 3 gradi, e per questo si muove così lentamente. Tuttavia come si è già visto per altri vulcani che per varie ragioni si stanno muovendo, il fenomeno può causare eventi catastrofici, come immense frane che potranno scivolare dai versanti e raggiungere le località costiere densamente abitate.


“In ogni caso – sottolinea Murray –i fenomeni si evolvono nell’arco di secoli se non di millenni e al momento non vi sono indicazioni che potrebbero avvenire fenomeni disastrosi nell’arco di pochi anni. Il fenomeno però non deve essere sottovalutato ed è necessario seguirlo negli anni. Se per caso tra un decennio si scoprisse che lo scivolamento ha raddoppiato la velocità 
sarebbe un avvertimento da non sottovalutare. 
Se al contrario dovesse diminuire farebbe allontanare ogni possibilità di pericolo”.

Questa scoperta è importante anche per seguire l’andamento del magma in profondità. Quando questo si avvicina alla superficie infatti, modifica la forma del cono vulcanico e dunque le postazioni Gps variano la loro posizione. Anche in questo caso tuttavia, le variazioni sono quasi sempre millimetriche, ma ora bisognerà stare attenti a togliere ai movimenti della postazioni Gps dovute al movimento del magma quello legato allo scivolamento dell’intera montagna. Un correzione molto importante per evitare falsi allarmismi o al contrario per non farsi sfuggire importanti segnali che annunciano un’eruzione imminente.



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lunedì 2 aprile 2018

J0815+4729 : una delle Prime Stelle



Astronomia: ecco J0815+4729, una delle prime stelle a formarsi nella Via Lattea
La stella anziana della Via Lattea si trova a circa 7.500 anni luce dalla Terra lungo la linea di osservazione della costellazione della Lince

E’ stata soprannominata J0815+4729, ed è una delle stelle più antiche della Via Lattea: descritta su The Astrophysical Journal, la sua scoperta si deve ai ricercatori dell’Istituto di Astrofisica delle Canarie nell’ambito del progetto di cartografia digitale celeste Sloan Digital Sky Survey (Sdss), grazie anche a Osiris (Optical System for Imaging and low-intermediate-Resolution Integrated Spectoscopy), strumento montato sul Gran Telescopio Canarias dell’Osservatorio Roque de los Muchachos di La Palma.

“Le attuali teorie prevedono che stelle come questa possano formarsi solo dopo le prime supernove. I progenitori di queste supernove sono le prime stelle massicce della Via Lattea, risalenti a circa 300 milioni di anni dopo il Big Bang,” ha spiegato Jonay Gonzalez Hernandez,
uno degli autori dello studio.

La stella “anziana” della Via Lattea si trova a circa 7.500 anni luce dalla Terra lungo la linea di osservazione della costellazione della Lince. Si caratterizza per il contenuto minimo di metalli pesanti, segno della età avanzata, e la sua massa è relativamente bassa (circa 0,7 volte quella del Sole), mentre la sua temperatura superficiale è 400 volte più alta rispetto a quella della nostra stella.



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Una Stella Primordiale nella Via Lattea



Un team di astronomi spagnoli ha annunciato la scoperta di una delle stelle più antiche della Via Lattea. Il fossile stellare, chiamato J0815+4729, si trova nell’alone della nostra galassia, a circa 7.500 anni luce di distanza dalla Terra e potrebbe essersi formato circa 13,5 miliardi di anni fa, soltanto 300 milioni di anni dopo il Big Bang.

“Conosciamo solo una manciata di stelle di questo tipo nell’alone della Via Lattea, in cui si trovano le stelle più vecchie e più povere di metalli”, ha detto David Aguado dell’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC), a guida dello studio pubblicato su The Astrophysical Journal. L’antica stella, che ha una massa del 70 percento rispetto a solare, è stata identificata inizialmente grazie a un insieme di dati della Sloan Digital Sky Survey (SDSS). I ricercatori hanno scelto J0815+4729 per la scarsità apparente di metalli (elementi più pesanti di idrogeno ed elio), allo scopo di effettuare successive osservazioni. Il team ha quindi studiato le proprietà chimiche e fisiche della stella utilizzando il William Herschel Telescope e il Gran Telescopio Canarias (GTC) a La Palma, Spagna.

Basandosi sulle analisi spettroscopiche i ricercatori hanno determinato che J0815+4729 ha circa un milione di volte meno calcio e ferro rispetto al Sole. Questo dato è importante in quanto solo le generazioni di stelle più antiche presentano una composizione simile. D’altro canto le stelle si formano da materiale accumulato da generazioni di stelle precedenti, che hanno prodotto metalli durante la loro vita e la loro morte. Sebbene J0815+4729 abbia una composizione con quantità così ridotte di calcio e ferro, i ricercatori sono rimasti sorpresi del fatto che la stella presenti un’abbondanza relativamente alta di carbonio, circa il 15 percento in più rispetto al Sole. Anche se può sembrare strano, ricerche precedenti suggeriscono che le stelle piccole estremamente povere di metalli sviluppino una sovrabbondanza di carbonio ricavandolo dalla prima generazione di stelle a bassa metallicità, esplose come supernove dopo aver terminato la loro breve esistenza.

Dal momento che J0815+4729 è così povera di metalli anche se ricca di carbonio, i ricercatori ritengono che la stella sia nata da molto, molto tempo, circa 13,5 miliardi di anni fa. “La teoria prevede che queste stelle possano formarsi dopo le prime esplosioni di supernova, e utilizzando materiale derivante da queste esplosioni, dovute alla morte delle prime stelle massicce nate nella galassia, attorno a 300 milioni di anni dopo il Big Bang”, ha concluso Jonay González Hernández, coautore dello studio. I ricercatori intendono ottenere spettri a più alta risoluzione della stella per analizzare ulteriormente la sua composizione e per “ricavare nuovi vincoli fondamentali sulle fasi primordiali dell’Universo, sulla formazione delle prime stelle
 e sulle proprietà delle prime supernove”.




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La Nascita del SISTEMA SOLARE nella BOLLA di una STELLA GIGANTE

Nell’immagine : la celebre Nebulosa Elmo di Thor, 
una bolla soffiata da gigantesca stella di Wolf-Rayet, WR 7

Nonostante le molte scoperte straordinarie che gli scienziati hanno realizzato sull’Universo, non siamo ancora certi dei processi che hanno portato alla nascita del nostro Sistema Solare. Gli astronomi dell’University of Chicago hanno presentato una nuova teoria secondo la quale il nostro Sistema Solare potrebbe essersi formato all’interno di bolle soffiate dal vento stellare di una gigantesca stella di Wolf-Rayet, morta ormai da molto tempo.

La teoria prevalente è che la formazione del nostro Sistema Solare sia stata innescata miliardi di anni fa da un’onda d’urto dovuta a un’esplosione di supernova. Ma secondo il nuovo scenario la storia ha inizio con un tipo di stella gigantesca chiamata stella di Wolf-Rayet, con dimensione da 40 a 50 volte quella del Sole. Astri simili producono quantità prodigiose di elementi che vengono espulsi sotto forma di intensi venti stellari. Man mano che la Wolf-Rayet perde massa, il vento stellare emesso colpisce il materiale circostante, che va a formare una struttura a bolla avvolta in un guscio denso.

Secondo i ricercatori il guscio di una bolla di questo tipo è un buon posto in cui possono nascere altre stelle, perché polveri e gas rimangono intrappolati all’interno, dove possono collassare. Gli autori stimano che dall’1 al 16 percento di tutte le stelle simili al Sole potrebbero essersi formate in nursery stellari simili a questa.

L’idea sviluppata dal team, a differenza dell’ipotesi della supernova, tiene conto di due isotopi che si presentavano in quantità diverse nel giovane Sistema Solare rispetto al resto della galassia. Meteoriti rimaste dal periodo del Sistema Solare primordiale rivelano che era presente una grande quantità di alluminio-26, ma una quantità inferiore dell’isotopo radioattivo ferro-60 rispetto al previsto. Questo pone delle questioni aperte, perché le supernove producono entrambi questi isotopi in quantità simili, quindi occorre spiegare perché all’alba della formazione un isotopo è stato immesso nel giovane Sistema Solare e l’altro no.

Il team ha quindi rivolto l’attenzione alle stelle di Wolf-Rayet, che rilasciano grandi quantità di alluminio-26 ma non di ferro-60. L’alluminio-26 espulso dalla stella di Wolf-Rayet potrebbe essere stato trasportato verso l’esterno sui grani di polvere formatisi attorno alla stella e parte del denso guscio potrebbe essere quindi collassata formando il nostro Sistema Solare. Quanto al destino della gigantesca stella di Wolf-Rayet che ci avrebbe ospitato, la sua vita è terminata molto tempo fa, probabilmente con un’esplosione di supernova o un collasso diretto in buco nero. Se si è trattato di una supernova, il ferro-60 creato durante l’esplosione potrebbe
 essersi distribuito in modo diseguale nell’ambiente circostante.



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martedì 27 marzo 2018

Stazione spaziale cinese, cadrà sull' Italia a Pasqua


Stazione spaziale cinese, i rischi in Italia. Quando e dove cadrà
Gli esperti del Cnr rispondono alle domande più gettonate sul rientro nell'atmosfera di Tiangong 1, fuori controllo dal marzo 2016

Stazione spaziale cinese, cadrà sulla Terra a Pasqua. "Possibili frammenti sull'Italia"

 La probabilità che coinvolga un uomo è praticamente nulla. Ma la caduta incontrollata della stazione spaziale cinese Tiangong 1 sta sollevando la preoccupazione generale. Anche in Italia, visto che al momento il Belpaese non può essere escluso dalle aree di possibile impatto. L'ora X scatterà intorno alle 11.25 di domenica 1 aprile, quando Tiangon rienterà nell'atmosfera terrestre, disintegrandosi. Ma solo 36 ore prima si conosceranno l'esatta traiettoria e dunque il momento preciso della collisione. Nell'attesa sono tante le domande dei non addetti ai lavori: dove è più probabile che cadano i frammenti della stazione? Quali rischi ci sono? Perché non si può prevedere il luogo della caduta con anticipo? A questi interrogativi risponde l'Istituto di scienza e tecnologie dell'informazione 'Alessandro Faedo' del Cnr, che ha redatto un documento con tutto quello che c'è da sapere.


Quanto è grande la stazione cinese? 
Tiangong-1, lunga complessivamente 10,5 metri, è composta da due moduli cilindrici montati uno sull'altro: quello di servizio, con un diametro di 2,5 m, e quello abitabile, con un diametro di 3,4 m. Su lati opposti del modulo di servizio sono anche attaccati due pannelli solari rettangolari, larghi 3 m e lunghi 7 m. Ha una massa che attualmente si aggira sui 7500-7550 kg.


Che cosa succede durante il rientro?
In un caso come quello di Tiangong-1, si parla di rientro nell'atmosfera quando l'oggetto scende a 120 km di quota. Da quel punto in avanti l'attrito dell'aria diventa sempre più significativo. Le strutture esposte come i pannelli solari e le antenne possono staccarsi tra i 110 e i 90 km di altezza. Il corpo del satellite rimane però generalmente intatto fino a 80 km di quota. Solo in seguito, a causa dell'azione combinata delle forze aerodinamiche e del riscaldamento prodotti dall'attrito dell'aria, si disintegra. Gran parte della massa si vaporizza ad alta quota, ma se il satellite è sufficientemente massiccio e contiene componenti particolari, come serbatoi di acciaio o titanio e masse metalliche in leghe speciali, la caduta al suolo di frammenti solidi a elevata velocità, 
fino a qualche centinaio di km/h, è possibile. 



Quali sono i rischi?
I rischi potenziali sono di due tipi: meccanico e chimico. Il rischio meccanico è quello derivante dall'urto di frammenti massicci a elevata velocità con veicoli in movimento, strutture vulnerabili e persone all'aperto. Quello chimico dipende dal fatto che, sulla base delle nostre stime, dovrebbero trovarsi ancora a bordo, non sappiamo se allo stato liquido o solido, circa 230 kg di tetrossido di azoto e 120 kg di monometilidrazina, sostanze molto tossiche (soprattutto la seconda). E' difficile che ne arrivi a terra anche una piccola frazione, ma una contaminazione residua di alcuni frammenti non può essere completamente esclusa a priori. 

Quale è la probabilità che colpisca una persona?
La probabilità che un uomo che risiede in un'area sorvolata dal satellite sia colpito da un frammento è dell'ordine di una su centomila miliardi. Confrontata con i rischi cui andiamo incontro nella vita di tutti i giorni, si tratta di una soglia bassissima. Per esempio, la probabilità di essere colpiti da un fulmine è 130.000 volte maggiore, mentre quella di rimanere vittima di un incidente domestico, nei paesi sviluppati, è addirittura più grande di 3 milioni di volte.



Dove può avvenire il rientro? 
In linea di principio, il rientro potrebbe avvenire in qualunque località del pianeta compresa tra i 43 gradi di latitudine sud e i 43 gradi di latitudine nord. Tuttavia, tenendo conto che i frammenti, a causa di un'eventuale esplosione ad alta quota, potrebbero allontanarsi anche di un centinaio di km rispetto alla traiettoria originaria, le zone potenzialmente a rischio per la caduta di detriti devono essere estese di un grado di latitudine, quindi l'area da tenere sotto osservazione è in realtà quella compresa tra i 44 gradi di latitudine sud e i 44 gradi di latitudine nord.

Quale zona dell'Italia è a rischio?
L'Italia è quindi divisa in due, con le località a nord del 44 parallelo (per capirci a Nord di Alassio, Massa e Riccione) sono escluse a priori da qualunque conseguenza, e quelle a sud potenzialmente a rischio. Tenendo conto della distribuzione degli oceani e delle terre emerse, e dell'inclinazione dell'orbita rispetto all'equatore, se i detriti di distribuissero su un arco di 800 km, la probabilità a priori che cadano tutti in mare è del 62%. 

Si tratta di un evento eccezionale? 
Assolutamente no. Di rientri senza controllo di stadi o satelliti con una massa superiore alle 5 tonnellate ne avvengono, in media, 1 o 2 all'anno, quindi sono relativamente frequenti. L'ultimo è avvenuto il 27 gennaio scorso, quando uno stadio russo-ucraino di circa 8500 kg, quindi con una massa superiore a quella di Tiangong-1, è rientrato sul Perù. 


Come si distribuiscono i frammenti?
I frammenti in grado di sopravvivere alle proibitive condizioni del rientro precipitano su un'area di forma approssimativamente rettangolare, lunga dagli 800 ai 2000 km, nella direzione del moto, e larga circa 70 km, perpendicolarmente alla direzione del moto. Su Tiangong-1 sono tuttavia ancora presenti circa 3 quintali e mezzo di propellente usato per le manovre. Nel caso (improbabile) che si verifichino delle esplosioni ad alta quota durante il rientro, alcuni frammenti potrebbero quindi essere proiettati lateralmente anche a un centinaio di km di distanza dalla traiettoria originaria.


Perché non è possibile prevedere il rientro con largo anticipo?
Gran parte dei satelliti che rientrano nell'atmosfera lo fanno da orbite basse quasi circolari, si muovono cioè quasi tangenzialmente rispetto agli strati atmosferici di densità crescente. Piccole variazioni di questo angolo, già vicino allo zero, possono produrre delle traiettorie ben diverse, un po' come succede quando tiriamo un sasso nell'acqua di uno stagno. Se l'angolo di incidenza è poco più che radente, il sasso si inabissa nel punto di contatto con l'acqua, ma se il sasso colpisce la superficie di striscio, puo' rimbalzare una o più volte e non è facile prevedere a priori dove potrà alla fine immergersi. Non è possibile e non ha senso calcolare "dove" e "quando" il satellite precipiterà sulla terra, anche perché tutto è' ulteriormente complicato dalla grande velocita' 
con cui questi oggetti si spostano.

Che cosa è possibile prevedere?
Il calcolo di affidabili finestre temporali di incertezza, che si restringono progressivamente, mano a mano che ci si avvicina al rientro, permette di affrontare il problema in maniera completamente diversa. Non bisogna infatti trovare dove e quando l'oggetto rientrerè, cosa fisicamente impossibile in questi casi, bensì dove non cadrà. Nelle ultime 36 ore si può infatti cominciare a escludere progressivamente delle aree del pianeta sempre più vaste, via via che ci si avvicina al rientro, sperando di eliminare alla fine più del 97% delle aree inizialmente considerate a rischio. -

Che strumentazione è richiesta? 
Servono potenti radar, telescopi sensibili nell'ottico e nell'infrarosso e, eventualmente, satelliti in grado di svolgere le osservazioni richieste. A ciò bisogna aggiungere almeno un centro di controllo per l'elaborazione dei dati raccolti. 

GIOVEDI' 29 - 03 - 2018 ORE 21.00

Ora è a 200 Chilometri di altezza dalla terra scenderà a 120 km domenica notte alle 05.00 ad 80 chilometri comincerà a disintegrarsi nell' Atmosfera Terrestre, ciò che non brucia arriverà sulla terra , ma non si sa dove , alcuni tecnici dicono da Bologna al Sud l' Italia è in Pericolo ...


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mercoledì 14 marzo 2018

Stephen Hawking



È morto Stephen Hawking, a 76 anni
Lo scienziato della «teoria del tutto»
L’astrofisico di fama mondiale Stephen Hawking è morto all’età di 76 anni.
 Lo afferma un portavoce della sua famiglia. È morto nella sua abitazione a Cambridge. Ha convissuto per oltre 55 anni con una malattia invalidante.

Lo scienziato Stephen Hawking, le cui intuizioni hanno modellato la moderna cosmologia, è morto all’età di 76 anni. La sua famiglia ha rilasciato una dichiarazione nelle prime ore di mercoledì mattina confermando la sua morte nella sua casa di Cambridge. I figli di Hawking, Lucy, Robert e Tim hanno comunicato in una breve nota: «Siamo profondamente rattristati dal fatto che il nostro amato padre sia morto oggi. Era un grande scienziato e un uomo straordinario il cui lavoro vivrà per molti anni. Il suo coraggio e la sua perseveranza con la sua brillantezza 
e il suo umorismo hanno ispirato persone in tutto il mondo».

Un’icona mondiale
Stephen Hawking è stato il più grande cosmologo della sua generazione e soprattutto un’icona mondiale per il suo impegno nella ricerca nonostante un gravissimo handicap: l’atrofia muscolare progressiva, una sindrome correlata alla Sla. Per 30 anni (fino al 2009) ha occupato la cattedra di matematica all’Università di Cambridge (lui che nacque a Oxford l’8 gennaio 1942, dove sua madre era sfollata per sfuggire ai bombardamenti nazisti su Londra), la stessa cattedra tenuta da Isaac Newton.


A 13 anni i primi sintomi della malattia
La malattia si manifesta nei primi sintomi già all’età di 13 anni, e gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (in realtà si tratta di una sindrome degenerativa, ma a sviluppo più lento della Sla). Ciò non gli impedisce di laurearsi a soli 20 anni, ma già un anno dopo iniziano i gravi problemi motori alle mani. Nel 1985 perde l’uso delle corde vocali a causa di una tracheotomia conseguente a una grave forma di polmonite, un altro grave problema dopo che negli anni precedenti era stato ridotto su una sedia a rotelle e impossibilitato ad alimentarsi da solo.


Riesce a comunicare, seppure a fatica, grazie a un sintetizzatore vocale ideato per lui. Ma con il tempo le difficoltà di comunicazione aumentano e nel giugno 2012 si presta a far da cavia a un progetto dell'Università di Stanford per uno scanner cerebrale che consente di tradurre in parole l'attività elettrica del cervello. Di Stephen Hawking tutto il mondo ha sempre ammirato la sua forza e la volontà di non arrendersi mai davanti a menomazioni devastanti e il suo fondamentale ottimismo verso la vita: «A parte la sfortuna di contrarre la mia grave malattia, sono stato fortunato sotto quasi ogni altro aspetto», ha affermato in diverse occasioni.

Cosmologia e buchi neri
Il campo principale di ricerca di Stephen Hawking è stata la cosmologia e la teoria della gravità quantistica, e in particolare i buchi neri. I suoi primi lavori riguardano le singolarità nella teoria generale della relatività di Einstein. Nel 1971 dimostrò come subito dopo il Big Bang si crearono oggetti di massa enorme, ma delle dimensioni di un protone: in pratica dei micro-buchi neri. Nel 1974 dimostrò come i buchi neri possono essere descritti dalle leggi della termodinamica ed emettono radiazioni (in seguito chiamate radiazione di Hawking) che portano all’evaporazione del buco nero stesso secondo le leggi della meccanica quantistica (effetto che ha trovato conferma sperimentale nel 2010). Si tratta di un studio fondamentale che unisce la meccanica quantistica con la teoria della relatività einsteiniana. Il suo lavoro sui buchi neri proseguì dimostrando (insieme ad altri matematici) che i buchi neri sono caratterizzati solo da tre proprietà: massa, momento angolare e carica elettrica. In campo cosmologico, ha ipotizzato un universo senza limiti spazio-temporali (universo aperto) senza singolarità, anche al proprio inizio.

Stephen Hawking: spiega perchè Dio non esiste

Ateismo e scienza
Secondo Hawking, Dio non può conciliarsi con la scienza. Lo scienziato ha sempre proclamato il suo ateismo. Nonostante ciò, divenne nel 1986 membro della Pontificia accademia delle scienze. Hawking in una sua opera sostiene che l’universo non è stato creato da Dio e che scienza e religione non sono conciliabili, anzi sono in contraddizione ma alla fine la scienza avrà il sopravvento: «C'è una fondamentale differenza tra la religione, che è basata sull'autorità, e la scienza, che è basata su osservazione e ragionamento. E la scienza vincerà perché funziona». Dal 1974, all’età di 32 anni, fu accolto nella Royal Society, uno dei membri più giovani della storia dell’associazione. Innumerevoli i suoi premi e i riconoscimenti ottenuti durante la sua carriera di ricercatore. Sulla possibilità dell'esistenza di vita intelligente extraterrestre, Hawking ha sempre sostenuto che probabilmente gli alieni esistono, ma è meglio per noi starne alla larga.




La scienza per tutti
Oltre alle sue opere scientifiche, Hawking ebbe una straordinaria capacità di divulgatore di argomenti e concetti molto complicati come la meccanica quantistica e la cosmologia. La sua opera più conosciuta (9 milioni di copie vendute in tutto il mondo) in campo divulgativo è Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, un libro del 1988 considerato da molti ricercatori tra i più importanti delle scienze del XX secolo, degno di stare insieme alle opere fondamentali di Einstein. Il suo seguito (2001) è L’universo in un guscio di noce, in cui espone le nuove conoscenze fisiche e cosmologiche. Nel 2005 La grande storia del tempo è in pratica la riedizione aggiornata alla luce delle nuove scoperte del libro del 1988. Nel 2014 è uscito il film La teoria del tutto, diretto da James Marsh, sulla vita di Hawking. Per l’interpretazione dello scienziato, Eddie Redmayne ottiene l’Oscar come migliore attore protagonista.


Nella vita privata Hawking sposò la sua fidanzata del college, Jane Wilde, nel 1965, due anni dopo la sua diagnosi. Nel 1985, durante un viaggio al Cern, Hawking fu portato in ospedale con un’infezione. Era così malato che i medici chiesero a Jane se avessero dovuto spegnere l’alimentazione. Lei rifiutò e Hawking fu trasportato all’ospedale Addenbrooke di Cambridge per una tracheotomia. L’operazione gli ha salvato la vita ma ha distrutto la sua voce. La coppia ebbe tre figli, ma il matrimonio si interruppe nel 1991. Quattro anni dopo, Hawking sposò Elaine Mason, una delle infermiere impiegate per dargli cura 24 ore su 24.

Hawking ha vinto l’Albert Einstein Award, il Wolf Prize, la Copley Medal e il Fundamental Physics Prize. Il premio Nobel, tuttavia, gli è sfuggito. Ha lavorato alla Casa Bianca durante l’amministrazione Clinton.

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Oggi è la festa della costante matematica utilizzata 
per calcolare l’area del cerchio 
(e per molte altre cose): 
se avete capito perché il Giorno del Pi greco cade il 14 marzo è già qualcosa.
Oggi si festeggia in tutto il mondo il trentesimo Giorno del Pi greco – o Pi Day, in inglese: è la festa della costante matematica pi greco (π), 
che molti di voi assoceranno al calcolo dell’area del cerchio (A = πr²),
 ma che in realtà è molto di più...



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venerdì 2 marzo 2018

Dalle Staminali una Nuova Immunoterapia Anticancro



Per ora è stata iniettata nei topi, ma fa ben sperare l’immunoterapia personalizzata sperimentata per sconfiggere più tipi di cancro. Si tratta di una terapia ricavata da cellule staminali indotte, ottenute riprogrammando le cellule adulte di pelle o sangue: e immessa nei topi, ha scatenato una forte risposta immunitaria contro i tumori di seno, polmone e pelle, riuscendo anche a prevenire le recidive. Lo studio è pubblicato su Cell Stem Cell dall'Università di Stanford e apre le porte a una immunoterapia personalizzata, basata sulle cellule degli stessi pazienti.

La nuova immunoterapia anti-cancro addestrerebbe, secondo lo studio, il sistema immunitario a riconoscere diversi tipi di tumore in un colpo solo grazie a dei 'tutor' d'eccezione, ovvero le cellule staminali, che sulla loro superficie presentano molte proteine comuni anche ai tumori. Sfruttate per questa straordinaria somiglianza, le staminali sono state prima irradiate (per impedirne la proliferazione) e poi sono state iniettate una volta alla settimana per un mese nei topi, a cui poi sono state impiantate delle cellule di tumore della mammella: a distanza di una settimana, il 70% degli animali è riuscito a distruggere il tumore, mentre il restante 30% ne ha ridotto le dimensioni in maniera significativa. Risultati simili sono stati ottenuti anche per il cancro del polmone e della pelle. Dopo questi primi successi, i ricercatori pensano di passare ai test sulle cellule umane. L'obiettivo è sviluppare un vaccino preventivo, ma anche un'immunoterapia da affiancare alle terapie tradizionali (chirurgia, chemio e radioterapia) per consolidarne i risultati.

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