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mercoledì 9 maggio 2018

Scoperti i Segreti Genetici del Profumo delle Rose



Una collaborazione internazionale ha ottenuto un sequenziamento di elevata qualità del genoma di Rosa chinensis, una specie fondamentale per le moderne ibridazioni delle rose. I dati, combinati con quelli delle analisi biochimiche e molecolari, hanno svelato nuovi cammini genetici correlati al colore e al profumo della rosa e hanno anche identificato altri geni 
probabilmente responsabili della fioritura.

Getta una luce sui segreti genetici e molecolari responsabili del colore e del profumo della rosa il sequenziamento del genoma della specie Rosa chinensis pubblicato su “Nature Genetics” da Olivier Raymond dell’Università di Lione-CNRS e colleghi di un’ampia collaborazione internazionale.

Le rose sono tra le piante ornamentali coltivate dall'uomo fin dall'antichità, per esempio in Cina, e sono attualmente tra le più coltivate in tutto il mondo. La domesticazione è stata motivata dalle loro caratteristiche ornamentali e il valore terapeutico e cosmetico, e l’intervento degli esseri umani, con successivi incroci e innesti susseguitisi per secoli, ha reso l’evoluzione del genere Rosa estremamente complesso e variegato.


Oggi si contano circa 200 specie del genere Rosa, più della metà delle quali sono poliploidi, sono cioè dotate di diversi corredi cromosomici completi. Ma a contribuire alle attuali complesse cultivar di rose ibride (Rosa hybrida) si ritiene che siano state solo da 8 a 20 specie, originarie del continente europeo, dell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, tutte tendenzialmente tetraploidi.

Questi successivi incroci hanno dato origine agli ibridi di rosa tea, considerati i progenitori delle rose moderne e caratterizzate da tratti fenotipici straordinariamente diversi. Tra i tratti genetici originari della rosa cinese, spiccano la fioritura ricorrente, i colori e il profumo.


Nonostante i recenti progressi, la mancanza della sequenza del genoma della rosa ha ostacolato la conoscenza dei fattori molecolari e genetici determinanti per questi tratti e della loro storia evolutiva. Proprio a causa dei lunghi processi d’ibridazione, i genomi delle rose sono un rompicapo per gli studiosi, nonostante la loro dimensione relativamente piccola, 
valutata in soli 560 Mb (milioni di basi).

Raymond e colleghi sono riusciti ad assemblare un genoma di elevata qualità di una varietà di rosa cinese chiamata Old Blush. Sono così riusciti a condurre un’analisi genomica comparativa con altre piante come fragola, albicocca, pesca, mela e pera per ricostruire 
l’albero filogenetico e l’evoluzione della rosa.


L’informazione genomica, combinata con le analisi biochimiche e molecolari, ha svelato nuovi cammini genetici correlati al colore e al profumo della rosa e hanno anche identificato altri geni probabilmente responsabili della fioritura. Tutte queste nuove informazioni, complessivamente, potrebbero trovare utile applicazione nelle tecniche genetiche per migliorare le coltivazioni.

Gli autori auspicano che questa nuova risorsa genomica rappresenti una base scientifica solida per ricercatori e ibridatori di rose da cui partire per manipolare aspetti fondamentali della fisiologia delle diverse varietà, quali la fioritura, il colore, l’efficienza dell’innaffiatura, l’intensità del profumo, o l’incremento della vita in vaso.


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venerdì 27 aprile 2018

Dente in 3D Contro le Infezioni



Quasi due terzi delle persone con protesi ai denti soffre di frequenti infezioni fungine che causano infiammazione, arrossamento e gonfiore in bocca. Per trattare meglio queste stomatiti, i ricercatori dell'Università di Buffalo hanno sfruttato le potenzialità delle stampanti 3D, utilizzandole per costruire veri e propri denti a tre dimensioni, riempiti con capsule microscopiche che rilasciano periodicamente amfotericina B, un farmaco antifungino. E uno studio pubblicato su 'Materials Today Communications', ha verificato che le protesi contenenti il medicinale possono realmente ridurre la crescita dei funghi.


La tecnologia consente ai medici di creare rapidamente una protesi dentaria personalizzata in acrilammide (il materiale che si usa attualmente per la fabbricazione di protesi dentarie), molto migliore rispetto a quelle di produzione convenzionale. A differenza delle attuali opzioni di trattamento, come i collutori antisettici, il bicarbonato di sodio o la disinfezione a microonde, il nuovo strumento è infatti in grado di prevenire l'infezione direttamente in sede. 


"Il principale impatto di questo innovativo sistema 3D sarà sul risparmio di tempo e costi", afferma Praveen Arany, autore senior dello studio e professore del dipartimento di Biologia orale della UB School of Dental Medicine. Le applicazioni di questa ricerca potrebbero anche interessare altri usi clinici, tra cui stent cardiaci e altri generi di protesi.






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lunedì 23 aprile 2018

Lo Spettacolo delle Liridi


Stelle cadenti, è la settimana delle "Liridi": come, dove e quando godersi lo spettacolo
Un graffio nel cielo, uno spettacolo semplicemente senza tempo: il picco domenica sera


Stelle cadenti 22 Aprile 2018 
  Lo spettacolo delle Liridi 
Come e dove vederle
Un graffio nel cielo, uno spettacolo semplicemente senza tempo. Le stelle cadenti emozionano sempre grandi e piccini, ognuno alle prese con i propri desideri da esprimere. È la settimana delle stelle cadenti, il picco è atteso (maltempo permettendo) per domenica 22 aprile. Le Liridi, stelle cadenti di primavera, sono tradizionalmente "capricciose": nelle ore del picco si va  da 20 meteore all’ora, ad anni in cui se ne possono vedere fino a 100 all’ora.


Liridi, le stelle cadenti di primavera
"Gli sciami di meteore non sono sempre prevedibili con esattezza, perché sono generati da una nube di polveri e frammenti che la Terra a volte centra in pieno e a volte sfiora e, inoltre, se questo capita in pieno giorno non vediamo le scie luminose" 
ha detto Paolo Volpini, dell’Unione Astrofili Italiani (Uai).

La nube di detriti che la Terra attraversa è quella lasciata lungo la sua orbita dalla cometa Thatcher, che passa nel Sistema Solare interno ogni 415 anni (l'ultima volta è stato nel 1861 e ripasserà nel 2276). Quando i frammenti cadono nella parte superiore dell'atmosfera terrestre bruciano, producendo una pioggia di scie luminose che sembra scaturire dalla costellazione della Lira, da cui queste meteore prendono il nome.


Quindi per osservarle al meglio bisogna aspettare che sorga questa costellazione: "la Lira appare all'orizzonte Nord Est intorno alle 22,00 e rimane alta fino all'alba" ha spiegato Volpini. 

Picco domenica 22 aprile 2018
Quando godersi lo spettacolo? Il momento migliore è la parte centrale della notte fino all'alba, cioè dopo il tramonto della Luna, che la notte tra il 21 e il 22 aprile sarà quasi al primo quarto. Inoltre, ha proseguito, "nell'attesa di vedere le Liridi si potrà cogliere l'occasione per osservare Giove, che sorge a Est quasi allo stesso orario della Lira e, chi avrà pazienza di aspettare, nelle ore successive, potrà vedere Marte e Saturno". Ma lo sciame è già attivo e lo sarà fino al 25 aprile, quindi i più fortunati anche in queste sere potrebbero scorgere le spettacolari stelle cadenti.

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martedì 3 aprile 2018

L’Etna sta Scivolando in Mare


 Ma per ora non ci sono pericoli

Immaginate l’Etna come ad una gigantesca coperta a forma di cono appoggiata su sedimenti marini che si depositarono in mare centinaia di migliaia e milioni di anni fa e sui quali la gigantesca montagna di lave sta lentamente scivolando in direzione del mare. Un movimento apparentemente lento e lo è in termini umani, in quanto si sposta di 14 millimetri all’anno o se si vuole di 1,4 metri ogni secolo, ma se si pensa all’immane massa del vulcano forse risulta più facile immaginare quali possono essere le forze in gioco.


Ed è per questo che un gruppo di scienziati guidati da John Murray della Open University e autore di una ricerca pubblicata su Bulletin of Vulcanology ha detto: “Per il momento va detto e sottolineato che il fenomeno non crea alcun motivo di apprensione, ma è qualcosa di così gigantesco che va tenuto sotto costante controllo, soprattutto se nel prossimo futuro dovesse esserci 
un’accelerazione del movimento in atto”.


Murray è riuscito a calcolare lo spostamento grazie ad un’estesa rete di Gps che la sua equipe segue da 11 anni. I GpsS sono strumenti che grazie all’invio di segnali di opportuni satelliti sono in grado di misurare con precisione millimetrica la posizione di un oggetto sulla Terra. In questo modo Murray ha potuto verificare che l’immensa coltre di lave che costituiscono il vulcano sta scivolando verso est-sud-est in direzione di Giarre, che dista circa 15 chilometri dal vulcano stesso. La pendenza del substrato su cui scivola il vulcano è molto dolce, non superando i 3 gradi, e per questo si muove così lentamente. Tuttavia come si è già visto per altri vulcani che per varie ragioni si stanno muovendo, il fenomeno può causare eventi catastrofici, come immense frane che potranno scivolare dai versanti e raggiungere le località costiere densamente abitate.


“In ogni caso – sottolinea Murray –i fenomeni si evolvono nell’arco di secoli se non di millenni e al momento non vi sono indicazioni che potrebbero avvenire fenomeni disastrosi nell’arco di pochi anni. Il fenomeno però non deve essere sottovalutato ed è necessario seguirlo negli anni. Se per caso tra un decennio si scoprisse che lo scivolamento ha raddoppiato la velocità 
sarebbe un avvertimento da non sottovalutare. 
Se al contrario dovesse diminuire farebbe allontanare ogni possibilità di pericolo”.

Questa scoperta è importante anche per seguire l’andamento del magma in profondità. Quando questo si avvicina alla superficie infatti, modifica la forma del cono vulcanico e dunque le postazioni Gps variano la loro posizione. Anche in questo caso tuttavia, le variazioni sono quasi sempre millimetriche, ma ora bisognerà stare attenti a togliere ai movimenti della postazioni Gps dovute al movimento del magma quello legato allo scivolamento dell’intera montagna. Un correzione molto importante per evitare falsi allarmismi o al contrario per non farsi sfuggire importanti segnali che annunciano un’eruzione imminente.



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lunedì 2 aprile 2018

J0815+4729 : una delle Prime Stelle



Astronomia: ecco J0815+4729, una delle prime stelle a formarsi nella Via Lattea
La stella anziana della Via Lattea si trova a circa 7.500 anni luce dalla Terra lungo la linea di osservazione della costellazione della Lince

E’ stata soprannominata J0815+4729, ed è una delle stelle più antiche della Via Lattea: descritta su The Astrophysical Journal, la sua scoperta si deve ai ricercatori dell’Istituto di Astrofisica delle Canarie nell’ambito del progetto di cartografia digitale celeste Sloan Digital Sky Survey (Sdss), grazie anche a Osiris (Optical System for Imaging and low-intermediate-Resolution Integrated Spectoscopy), strumento montato sul Gran Telescopio Canarias dell’Osservatorio Roque de los Muchachos di La Palma.

“Le attuali teorie prevedono che stelle come questa possano formarsi solo dopo le prime supernove. I progenitori di queste supernove sono le prime stelle massicce della Via Lattea, risalenti a circa 300 milioni di anni dopo il Big Bang,” ha spiegato Jonay Gonzalez Hernandez,
uno degli autori dello studio.

La stella “anziana” della Via Lattea si trova a circa 7.500 anni luce dalla Terra lungo la linea di osservazione della costellazione della Lince. Si caratterizza per il contenuto minimo di metalli pesanti, segno della età avanzata, e la sua massa è relativamente bassa (circa 0,7 volte quella del Sole), mentre la sua temperatura superficiale è 400 volte più alta rispetto a quella della nostra stella.



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Una Stella Primordiale nella Via Lattea



Un team di astronomi spagnoli ha annunciato la scoperta di una delle stelle più antiche della Via Lattea. Il fossile stellare, chiamato J0815+4729, si trova nell’alone della nostra galassia, a circa 7.500 anni luce di distanza dalla Terra e potrebbe essersi formato circa 13,5 miliardi di anni fa, soltanto 300 milioni di anni dopo il Big Bang.

“Conosciamo solo una manciata di stelle di questo tipo nell’alone della Via Lattea, in cui si trovano le stelle più vecchie e più povere di metalli”, ha detto David Aguado dell’Instituto de Astrofísica de Canarias (IAC), a guida dello studio pubblicato su The Astrophysical Journal. L’antica stella, che ha una massa del 70 percento rispetto a solare, è stata identificata inizialmente grazie a un insieme di dati della Sloan Digital Sky Survey (SDSS). I ricercatori hanno scelto J0815+4729 per la scarsità apparente di metalli (elementi più pesanti di idrogeno ed elio), allo scopo di effettuare successive osservazioni. Il team ha quindi studiato le proprietà chimiche e fisiche della stella utilizzando il William Herschel Telescope e il Gran Telescopio Canarias (GTC) a La Palma, Spagna.

Basandosi sulle analisi spettroscopiche i ricercatori hanno determinato che J0815+4729 ha circa un milione di volte meno calcio e ferro rispetto al Sole. Questo dato è importante in quanto solo le generazioni di stelle più antiche presentano una composizione simile. D’altro canto le stelle si formano da materiale accumulato da generazioni di stelle precedenti, che hanno prodotto metalli durante la loro vita e la loro morte. Sebbene J0815+4729 abbia una composizione con quantità così ridotte di calcio e ferro, i ricercatori sono rimasti sorpresi del fatto che la stella presenti un’abbondanza relativamente alta di carbonio, circa il 15 percento in più rispetto al Sole. Anche se può sembrare strano, ricerche precedenti suggeriscono che le stelle piccole estremamente povere di metalli sviluppino una sovrabbondanza di carbonio ricavandolo dalla prima generazione di stelle a bassa metallicità, esplose come supernove dopo aver terminato la loro breve esistenza.

Dal momento che J0815+4729 è così povera di metalli anche se ricca di carbonio, i ricercatori ritengono che la stella sia nata da molto, molto tempo, circa 13,5 miliardi di anni fa. “La teoria prevede che queste stelle possano formarsi dopo le prime esplosioni di supernova, e utilizzando materiale derivante da queste esplosioni, dovute alla morte delle prime stelle massicce nate nella galassia, attorno a 300 milioni di anni dopo il Big Bang”, ha concluso Jonay González Hernández, coautore dello studio. I ricercatori intendono ottenere spettri a più alta risoluzione della stella per analizzare ulteriormente la sua composizione e per “ricavare nuovi vincoli fondamentali sulle fasi primordiali dell’Universo, sulla formazione delle prime stelle
 e sulle proprietà delle prime supernove”.




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La Nascita del SISTEMA SOLARE nella BOLLA di una STELLA GIGANTE

Nell’immagine : la celebre Nebulosa Elmo di Thor, 
una bolla soffiata da gigantesca stella di Wolf-Rayet, WR 7

Nonostante le molte scoperte straordinarie che gli scienziati hanno realizzato sull’Universo, non siamo ancora certi dei processi che hanno portato alla nascita del nostro Sistema Solare. Gli astronomi dell’University of Chicago hanno presentato una nuova teoria secondo la quale il nostro Sistema Solare potrebbe essersi formato all’interno di bolle soffiate dal vento stellare di una gigantesca stella di Wolf-Rayet, morta ormai da molto tempo.

La teoria prevalente è che la formazione del nostro Sistema Solare sia stata innescata miliardi di anni fa da un’onda d’urto dovuta a un’esplosione di supernova. Ma secondo il nuovo scenario la storia ha inizio con un tipo di stella gigantesca chiamata stella di Wolf-Rayet, con dimensione da 40 a 50 volte quella del Sole. Astri simili producono quantità prodigiose di elementi che vengono espulsi sotto forma di intensi venti stellari. Man mano che la Wolf-Rayet perde massa, il vento stellare emesso colpisce il materiale circostante, che va a formare una struttura a bolla avvolta in un guscio denso.

Secondo i ricercatori il guscio di una bolla di questo tipo è un buon posto in cui possono nascere altre stelle, perché polveri e gas rimangono intrappolati all’interno, dove possono collassare. Gli autori stimano che dall’1 al 16 percento di tutte le stelle simili al Sole potrebbero essersi formate in nursery stellari simili a questa.

L’idea sviluppata dal team, a differenza dell’ipotesi della supernova, tiene conto di due isotopi che si presentavano in quantità diverse nel giovane Sistema Solare rispetto al resto della galassia. Meteoriti rimaste dal periodo del Sistema Solare primordiale rivelano che era presente una grande quantità di alluminio-26, ma una quantità inferiore dell’isotopo radioattivo ferro-60 rispetto al previsto. Questo pone delle questioni aperte, perché le supernove producono entrambi questi isotopi in quantità simili, quindi occorre spiegare perché all’alba della formazione un isotopo è stato immesso nel giovane Sistema Solare e l’altro no.

Il team ha quindi rivolto l’attenzione alle stelle di Wolf-Rayet, che rilasciano grandi quantità di alluminio-26 ma non di ferro-60. L’alluminio-26 espulso dalla stella di Wolf-Rayet potrebbe essere stato trasportato verso l’esterno sui grani di polvere formatisi attorno alla stella e parte del denso guscio potrebbe essere quindi collassata formando il nostro Sistema Solare. Quanto al destino della gigantesca stella di Wolf-Rayet che ci avrebbe ospitato, la sua vita è terminata molto tempo fa, probabilmente con un’esplosione di supernova o un collasso diretto in buco nero. Se si è trattato di una supernova, il ferro-60 creato durante l’esplosione potrebbe
 essersi distribuito in modo diseguale nell’ambiente circostante.



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martedì 27 marzo 2018

Stazione spaziale cinese, cadrà sull' Italia a Pasqua


Stazione spaziale cinese, i rischi in Italia. Quando e dove cadrà
Gli esperti del Cnr rispondono alle domande più gettonate sul rientro nell'atmosfera di Tiangong 1, fuori controllo dal marzo 2016

Stazione spaziale cinese, cadrà sulla Terra a Pasqua. "Possibili frammenti sull'Italia"

 La probabilità che coinvolga un uomo è praticamente nulla. Ma la caduta incontrollata della stazione spaziale cinese Tiangong 1 sta sollevando la preoccupazione generale. Anche in Italia, visto che al momento il Belpaese non può essere escluso dalle aree di possibile impatto. L'ora X scatterà intorno alle 11.25 di domenica 1 aprile, quando Tiangon rienterà nell'atmosfera terrestre, disintegrandosi. Ma solo 36 ore prima si conosceranno l'esatta traiettoria e dunque il momento preciso della collisione. Nell'attesa sono tante le domande dei non addetti ai lavori: dove è più probabile che cadano i frammenti della stazione? Quali rischi ci sono? Perché non si può prevedere il luogo della caduta con anticipo? A questi interrogativi risponde l'Istituto di scienza e tecnologie dell'informazione 'Alessandro Faedo' del Cnr, che ha redatto un documento con tutto quello che c'è da sapere.


Quanto è grande la stazione cinese? 
Tiangong-1, lunga complessivamente 10,5 metri, è composta da due moduli cilindrici montati uno sull'altro: quello di servizio, con un diametro di 2,5 m, e quello abitabile, con un diametro di 3,4 m. Su lati opposti del modulo di servizio sono anche attaccati due pannelli solari rettangolari, larghi 3 m e lunghi 7 m. Ha una massa che attualmente si aggira sui 7500-7550 kg.


Che cosa succede durante il rientro?
In un caso come quello di Tiangong-1, si parla di rientro nell'atmosfera quando l'oggetto scende a 120 km di quota. Da quel punto in avanti l'attrito dell'aria diventa sempre più significativo. Le strutture esposte come i pannelli solari e le antenne possono staccarsi tra i 110 e i 90 km di altezza. Il corpo del satellite rimane però generalmente intatto fino a 80 km di quota. Solo in seguito, a causa dell'azione combinata delle forze aerodinamiche e del riscaldamento prodotti dall'attrito dell'aria, si disintegra. Gran parte della massa si vaporizza ad alta quota, ma se il satellite è sufficientemente massiccio e contiene componenti particolari, come serbatoi di acciaio o titanio e masse metalliche in leghe speciali, la caduta al suolo di frammenti solidi a elevata velocità, 
fino a qualche centinaio di km/h, è possibile. 



Quali sono i rischi?
I rischi potenziali sono di due tipi: meccanico e chimico. Il rischio meccanico è quello derivante dall'urto di frammenti massicci a elevata velocità con veicoli in movimento, strutture vulnerabili e persone all'aperto. Quello chimico dipende dal fatto che, sulla base delle nostre stime, dovrebbero trovarsi ancora a bordo, non sappiamo se allo stato liquido o solido, circa 230 kg di tetrossido di azoto e 120 kg di monometilidrazina, sostanze molto tossiche (soprattutto la seconda). E' difficile che ne arrivi a terra anche una piccola frazione, ma una contaminazione residua di alcuni frammenti non può essere completamente esclusa a priori. 

Quale è la probabilità che colpisca una persona?
La probabilità che un uomo che risiede in un'area sorvolata dal satellite sia colpito da un frammento è dell'ordine di una su centomila miliardi. Confrontata con i rischi cui andiamo incontro nella vita di tutti i giorni, si tratta di una soglia bassissima. Per esempio, la probabilità di essere colpiti da un fulmine è 130.000 volte maggiore, mentre quella di rimanere vittima di un incidente domestico, nei paesi sviluppati, è addirittura più grande di 3 milioni di volte.



Dove può avvenire il rientro? 
In linea di principio, il rientro potrebbe avvenire in qualunque località del pianeta compresa tra i 43 gradi di latitudine sud e i 43 gradi di latitudine nord. Tuttavia, tenendo conto che i frammenti, a causa di un'eventuale esplosione ad alta quota, potrebbero allontanarsi anche di un centinaio di km rispetto alla traiettoria originaria, le zone potenzialmente a rischio per la caduta di detriti devono essere estese di un grado di latitudine, quindi l'area da tenere sotto osservazione è in realtà quella compresa tra i 44 gradi di latitudine sud e i 44 gradi di latitudine nord.

Quale zona dell'Italia è a rischio?
L'Italia è quindi divisa in due, con le località a nord del 44 parallelo (per capirci a Nord di Alassio, Massa e Riccione) sono escluse a priori da qualunque conseguenza, e quelle a sud potenzialmente a rischio. Tenendo conto della distribuzione degli oceani e delle terre emerse, e dell'inclinazione dell'orbita rispetto all'equatore, se i detriti di distribuissero su un arco di 800 km, la probabilità a priori che cadano tutti in mare è del 62%. 

Si tratta di un evento eccezionale? 
Assolutamente no. Di rientri senza controllo di stadi o satelliti con una massa superiore alle 5 tonnellate ne avvengono, in media, 1 o 2 all'anno, quindi sono relativamente frequenti. L'ultimo è avvenuto il 27 gennaio scorso, quando uno stadio russo-ucraino di circa 8500 kg, quindi con una massa superiore a quella di Tiangong-1, è rientrato sul Perù. 


Come si distribuiscono i frammenti?
I frammenti in grado di sopravvivere alle proibitive condizioni del rientro precipitano su un'area di forma approssimativamente rettangolare, lunga dagli 800 ai 2000 km, nella direzione del moto, e larga circa 70 km, perpendicolarmente alla direzione del moto. Su Tiangong-1 sono tuttavia ancora presenti circa 3 quintali e mezzo di propellente usato per le manovre. Nel caso (improbabile) che si verifichino delle esplosioni ad alta quota durante il rientro, alcuni frammenti potrebbero quindi essere proiettati lateralmente anche a un centinaio di km di distanza dalla traiettoria originaria.


Perché non è possibile prevedere il rientro con largo anticipo?
Gran parte dei satelliti che rientrano nell'atmosfera lo fanno da orbite basse quasi circolari, si muovono cioè quasi tangenzialmente rispetto agli strati atmosferici di densità crescente. Piccole variazioni di questo angolo, già vicino allo zero, possono produrre delle traiettorie ben diverse, un po' come succede quando tiriamo un sasso nell'acqua di uno stagno. Se l'angolo di incidenza è poco più che radente, il sasso si inabissa nel punto di contatto con l'acqua, ma se il sasso colpisce la superficie di striscio, puo' rimbalzare una o più volte e non è facile prevedere a priori dove potrà alla fine immergersi. Non è possibile e non ha senso calcolare "dove" e "quando" il satellite precipiterà sulla terra, anche perché tutto è' ulteriormente complicato dalla grande velocita' 
con cui questi oggetti si spostano.

Che cosa è possibile prevedere?
Il calcolo di affidabili finestre temporali di incertezza, che si restringono progressivamente, mano a mano che ci si avvicina al rientro, permette di affrontare il problema in maniera completamente diversa. Non bisogna infatti trovare dove e quando l'oggetto rientrerè, cosa fisicamente impossibile in questi casi, bensì dove non cadrà. Nelle ultime 36 ore si può infatti cominciare a escludere progressivamente delle aree del pianeta sempre più vaste, via via che ci si avvicina al rientro, sperando di eliminare alla fine più del 97% delle aree inizialmente considerate a rischio. -

Che strumentazione è richiesta? 
Servono potenti radar, telescopi sensibili nell'ottico e nell'infrarosso e, eventualmente, satelliti in grado di svolgere le osservazioni richieste. A ciò bisogna aggiungere almeno un centro di controllo per l'elaborazione dei dati raccolti. 

GIOVEDI' 29 - 03 - 2018 ORE 21.00

Ora è a 200 Chilometri di altezza dalla terra scenderà a 120 km domenica notte alle 05.00 ad 80 chilometri comincerà a disintegrarsi nell' Atmosfera Terrestre, ciò che non brucia arriverà sulla terra , ma non si sa dove , alcuni tecnici dicono da Bologna al Sud l' Italia è in Pericolo ...


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mercoledì 14 marzo 2018

Stephen Hawking



È morto Stephen Hawking, a 76 anni
Lo scienziato della «teoria del tutto»
L’astrofisico di fama mondiale Stephen Hawking è morto all’età di 76 anni.
 Lo afferma un portavoce della sua famiglia. È morto nella sua abitazione a Cambridge. Ha convissuto per oltre 55 anni con una malattia invalidante.

Lo scienziato Stephen Hawking, le cui intuizioni hanno modellato la moderna cosmologia, è morto all’età di 76 anni. La sua famiglia ha rilasciato una dichiarazione nelle prime ore di mercoledì mattina confermando la sua morte nella sua casa di Cambridge. I figli di Hawking, Lucy, Robert e Tim hanno comunicato in una breve nota: «Siamo profondamente rattristati dal fatto che il nostro amato padre sia morto oggi. Era un grande scienziato e un uomo straordinario il cui lavoro vivrà per molti anni. Il suo coraggio e la sua perseveranza con la sua brillantezza 
e il suo umorismo hanno ispirato persone in tutto il mondo».

Un’icona mondiale
Stephen Hawking è stato il più grande cosmologo della sua generazione e soprattutto un’icona mondiale per il suo impegno nella ricerca nonostante un gravissimo handicap: l’atrofia muscolare progressiva, una sindrome correlata alla Sla. Per 30 anni (fino al 2009) ha occupato la cattedra di matematica all’Università di Cambridge (lui che nacque a Oxford l’8 gennaio 1942, dove sua madre era sfollata per sfuggire ai bombardamenti nazisti su Londra), la stessa cattedra tenuta da Isaac Newton.


A 13 anni i primi sintomi della malattia
La malattia si manifesta nei primi sintomi già all’età di 13 anni, e gli viene diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (in realtà si tratta di una sindrome degenerativa, ma a sviluppo più lento della Sla). Ciò non gli impedisce di laurearsi a soli 20 anni, ma già un anno dopo iniziano i gravi problemi motori alle mani. Nel 1985 perde l’uso delle corde vocali a causa di una tracheotomia conseguente a una grave forma di polmonite, un altro grave problema dopo che negli anni precedenti era stato ridotto su una sedia a rotelle e impossibilitato ad alimentarsi da solo.


Riesce a comunicare, seppure a fatica, grazie a un sintetizzatore vocale ideato per lui. Ma con il tempo le difficoltà di comunicazione aumentano e nel giugno 2012 si presta a far da cavia a un progetto dell'Università di Stanford per uno scanner cerebrale che consente di tradurre in parole l'attività elettrica del cervello. Di Stephen Hawking tutto il mondo ha sempre ammirato la sua forza e la volontà di non arrendersi mai davanti a menomazioni devastanti e il suo fondamentale ottimismo verso la vita: «A parte la sfortuna di contrarre la mia grave malattia, sono stato fortunato sotto quasi ogni altro aspetto», ha affermato in diverse occasioni.

Cosmologia e buchi neri
Il campo principale di ricerca di Stephen Hawking è stata la cosmologia e la teoria della gravità quantistica, e in particolare i buchi neri. I suoi primi lavori riguardano le singolarità nella teoria generale della relatività di Einstein. Nel 1971 dimostrò come subito dopo il Big Bang si crearono oggetti di massa enorme, ma delle dimensioni di un protone: in pratica dei micro-buchi neri. Nel 1974 dimostrò come i buchi neri possono essere descritti dalle leggi della termodinamica ed emettono radiazioni (in seguito chiamate radiazione di Hawking) che portano all’evaporazione del buco nero stesso secondo le leggi della meccanica quantistica (effetto che ha trovato conferma sperimentale nel 2010). Si tratta di un studio fondamentale che unisce la meccanica quantistica con la teoria della relatività einsteiniana. Il suo lavoro sui buchi neri proseguì dimostrando (insieme ad altri matematici) che i buchi neri sono caratterizzati solo da tre proprietà: massa, momento angolare e carica elettrica. In campo cosmologico, ha ipotizzato un universo senza limiti spazio-temporali (universo aperto) senza singolarità, anche al proprio inizio.

Stephen Hawking: spiega perchè Dio non esiste

Ateismo e scienza
Secondo Hawking, Dio non può conciliarsi con la scienza. Lo scienziato ha sempre proclamato il suo ateismo. Nonostante ciò, divenne nel 1986 membro della Pontificia accademia delle scienze. Hawking in una sua opera sostiene che l’universo non è stato creato da Dio e che scienza e religione non sono conciliabili, anzi sono in contraddizione ma alla fine la scienza avrà il sopravvento: «C'è una fondamentale differenza tra la religione, che è basata sull'autorità, e la scienza, che è basata su osservazione e ragionamento. E la scienza vincerà perché funziona». Dal 1974, all’età di 32 anni, fu accolto nella Royal Society, uno dei membri più giovani della storia dell’associazione. Innumerevoli i suoi premi e i riconoscimenti ottenuti durante la sua carriera di ricercatore. Sulla possibilità dell'esistenza di vita intelligente extraterrestre, Hawking ha sempre sostenuto che probabilmente gli alieni esistono, ma è meglio per noi starne alla larga.




La scienza per tutti
Oltre alle sue opere scientifiche, Hawking ebbe una straordinaria capacità di divulgatore di argomenti e concetti molto complicati come la meccanica quantistica e la cosmologia. La sua opera più conosciuta (9 milioni di copie vendute in tutto il mondo) in campo divulgativo è Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, un libro del 1988 considerato da molti ricercatori tra i più importanti delle scienze del XX secolo, degno di stare insieme alle opere fondamentali di Einstein. Il suo seguito (2001) è L’universo in un guscio di noce, in cui espone le nuove conoscenze fisiche e cosmologiche. Nel 2005 La grande storia del tempo è in pratica la riedizione aggiornata alla luce delle nuove scoperte del libro del 1988. Nel 2014 è uscito il film La teoria del tutto, diretto da James Marsh, sulla vita di Hawking. Per l’interpretazione dello scienziato, Eddie Redmayne ottiene l’Oscar come migliore attore protagonista.


Nella vita privata Hawking sposò la sua fidanzata del college, Jane Wilde, nel 1965, due anni dopo la sua diagnosi. Nel 1985, durante un viaggio al Cern, Hawking fu portato in ospedale con un’infezione. Era così malato che i medici chiesero a Jane se avessero dovuto spegnere l’alimentazione. Lei rifiutò e Hawking fu trasportato all’ospedale Addenbrooke di Cambridge per una tracheotomia. L’operazione gli ha salvato la vita ma ha distrutto la sua voce. La coppia ebbe tre figli, ma il matrimonio si interruppe nel 1991. Quattro anni dopo, Hawking sposò Elaine Mason, una delle infermiere impiegate per dargli cura 24 ore su 24.

Hawking ha vinto l’Albert Einstein Award, il Wolf Prize, la Copley Medal e il Fundamental Physics Prize. Il premio Nobel, tuttavia, gli è sfuggito. Ha lavorato alla Casa Bianca durante l’amministrazione Clinton.

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 ma che in realtà è molto di più...



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venerdì 2 marzo 2018

Dalle Staminali una Nuova Immunoterapia Anticancro



Per ora è stata iniettata nei topi, ma fa ben sperare l’immunoterapia personalizzata sperimentata per sconfiggere più tipi di cancro. Si tratta di una terapia ricavata da cellule staminali indotte, ottenute riprogrammando le cellule adulte di pelle o sangue: e immessa nei topi, ha scatenato una forte risposta immunitaria contro i tumori di seno, polmone e pelle, riuscendo anche a prevenire le recidive. Lo studio è pubblicato su Cell Stem Cell dall'Università di Stanford e apre le porte a una immunoterapia personalizzata, basata sulle cellule degli stessi pazienti.

La nuova immunoterapia anti-cancro addestrerebbe, secondo lo studio, il sistema immunitario a riconoscere diversi tipi di tumore in un colpo solo grazie a dei 'tutor' d'eccezione, ovvero le cellule staminali, che sulla loro superficie presentano molte proteine comuni anche ai tumori. Sfruttate per questa straordinaria somiglianza, le staminali sono state prima irradiate (per impedirne la proliferazione) e poi sono state iniettate una volta alla settimana per un mese nei topi, a cui poi sono state impiantate delle cellule di tumore della mammella: a distanza di una settimana, il 70% degli animali è riuscito a distruggere il tumore, mentre il restante 30% ne ha ridotto le dimensioni in maniera significativa. Risultati simili sono stati ottenuti anche per il cancro del polmone e della pelle. Dopo questi primi successi, i ricercatori pensano di passare ai test sulle cellule umane. L'obiettivo è sviluppare un vaccino preventivo, ma anche un'immunoterapia da affiancare alle terapie tradizionali (chirurgia, chemio e radioterapia) per consolidarne i risultati.

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venerdì 23 febbraio 2018

Angelina Jolie e la Paura del Cancro. Dopo il Seno, si è fatta Asportare anche le Ovaie




Angelina Jolie e la paura del cancro. Dopo il seno, si è fatta asportare anche le ovaie
L'attrice ha reso pubblica la sua scelta con un intervento sul New York Times. La star di Hollywood è portatrice di una mutazione genetica che le ha dato un rischio pari all'87 per cento di sviluppare un
tumore al seno e al 50 per cento di sviluppare un cancro alle ovaie.

Washington, 24 marzo 2015 - Dopo la doppia mastectomia di due anni fa per il timore di contrarre un cancro al seno, Angelina Jolie ha deciso di farsi asportare anche le ovaie. L'attrice, le cui scelte in
materia di salute hanno spesso fatto discutere,
ha deciso di sottoporsi al delicato intervento chirurgico.

La moglie di Brad Pitt ha annunciato di essersi fatta asportare ovaie e tube di Falloppio, per il timore di contrarre un cancro: una decisione maturata alla luce di una storia familiare drammatica, con la morte della madre, a 56 anni, della nonna e della zia per tumore.

La star di Hollywood è portatrice di una mutazione genetica che le ha dato un rischio pari all'87 per
cento di sviluppare un tumore al seno e al 50 per cento di sviluppare un cancro alle ovaie. La 39enne
attrice americana ha ereditato dalla madre il gene difettoso "Brca 1", fattore di rischio per seno e a
ovaie. La nuova operazione è stata decisa dopo che alcuni esami avevano evidenziato
un'infiammazione in corso che poteva essere l'indicatore dell'insorgenza di un tumore. Anche se esami successivi hanno dimostrato che non era così, l'attrice ha deciso di procedere ugualmente con
l'intervento chirurgico. "Un test positivo del Brca non significa un balzo verso la chirurgia - ha scritto la Jolie -. Nel mio caso, medici orientali e occidentali che ho visto hanno concordato che un'operazione per rimuovere i tubi e le ovaie fosse l'opzione migliore, perché oltre alla presenza del gene Brca, tre donne nella mia famiglia sono morte di cancro". I suoi medici le hanno detto che si sarebbe dovuta sottoporre a chirurgia preventiva circa dieci anni prima della diagnosi delle patologie nei suoi parenti. "A mia madre fu scoperto un cancro alle ovaie quando aveva 49 anni. Io ne ho 39", ha ricordato. Jolie ha spiegato che si era preparata all'ipotesi di rimuovere le ovaie sin dalla doppia mastectomia cui si era sottoposta. "Ho passato quello che immagino migliaia di altre donne provino.
Ho detto a me stessa di restare calma, di essere forte, che non avevo ragione di pensare che non avrei vissuto per vedere i miei figli crescere e conoscere i miei nipoti", ha scritto la star. "Ho chiamato mio marito in Francia e nell'arco di alcune ore era su un aereo. La cosa bella di questi momenti nella vita è che c'è tanta chiarezza. Sai ciò per cui vivi e quello che conta".

Il marito Brad Pitt l'ha subito raggiunta per esserle accanto durante l'intervento in laparoscopia. "Non è stato facile prendere questa decisione", ha spiegato la Jolie, "ma bisogna affrontare ogni problema di salute a testa alta". L'attrice, madre di sei figli, non potrà più averne e dovrà sottoporsi a cure ormonali dopo la forzata menopausa.

Dopo la doppia mastectomia, gli esami non avevano evidenziato l'insorgenza di un tumore e anche per questo c'erano state polemiche sull'opportunità di un intervento così invasivo, polemiche destinate ora a riaccendersi alla luce della nuova operazione.

La scelta di Angelina Jolie di farsi asportare ovaie e tube azzera il rischio di tumore, "ma l'attrice aveva delle alternative meno drastiche". Lo afferma Carmine Pinto, presidente del'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), secondo cui l'Italia è in ritardo sul counseling psicologico necessario in questi casi. "Una volta che una donna scopre di avere la mutazione genetica che aumenta il rischio ci sono due strade - spiega Pinto -. Da una parte c'è la scelta della Jolie, quella più estrema, ma dall'altra ci si può sottoporre a controlli periodici per scoprire sul nascere eventuali tumori. La scelta dipende dalla donna, se è in grado di sopportare lo stress di vivere con questa spada di Damocle o se preferisce invece sottoporsi agli interventi". Secondo l'esperto è fondamentale come si dà la notizia del rischio alla paziente. "Serve una cultura del counseling genetico, per cui in Italia siamo ancora indietro, e l'associazione sta lavorando a dei corsi sul tema - afferma -.
Il test del Dna comunque non è per tutte le donne, ma solo per chi ha avuto un tumore al seno da giovane, o ha una forte familiarità".



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martedì 6 febbraio 2018

Trovati i Primi Pianeti Extragalattici


 oltre la Via Lattea (grazie ad Einstein)

Nasce una nuova classe di pianeti, non solo extrasolari (per quelli all’esterno del Sistema Solare, oggi sono oltre 3.700 quelli confermati) ma ora anche extragalattici. Per la prima volta, infatti, è stata scoperta una famiglia di pianeti al di fuori della nostra galassia, la Via Lattea. Lo ha annunciato su dell’Università dell’Oklahoma.

C’è uno «smile» nell'universo che conferma Einstein

A 3,8 miliardi di anni luce

La scoperta è stata ottenuta grazie alle microlenti gravitazionali - ipotizzate da Einstein - che alterano la luce di quasar emessi da buchi neri supermassivi e al telescopio spaziale Chandra della Nasa. Il quasar analizzato si chiama RX J1131-1231 e si trova a 6 miliardi di anni luce. Tra il quasar e noi a 3,8 miliardi di anni luce si trova la galassia nella quale sono stati scoperti i pianeti che piegano la luce del quasar formando quattro immagini del quasar stesso. Osservando lo spettro ai raggi X raccolto dal telescopio Chandra, i ricercatori hanno scoperto che lo spostamento di alcune linee del quasar potevano essere dovute solo alla presenza di circa 2 mila pianeti all’interno della galassia con dimensioni variabili tra quelle della Luna e quelle di Giove.

Metodo indiretto

«Siamo molto entusiasti di questa scoperta», ha commentato Dai. «È la prima volta che vengono trovati pianeti al di fuori della nostra galassia». La galassia si trova a una distanza tale che - senza il fenomeno delle microlenti gravitazionali - nessun telescopio potrebbe mai osservare i pianeti. I quali, è bene precisare, non sono stati «visti» direttamente, ma la loro presenza è stata ricavata con metodi indiretti.

Microlenti gravitazionali

«Questo è un esempio di quanto possano essere potenti le tecniche di analisi delle microlenti extragalattiche», aggiunge Guerras. «Questa galassia si trova a 3,8 miliardi di anni luce da noi, e non c’è la minima possibilità di osservare questi pianeti direttamente, nemmeno con il miglior telescopio che possa immaginare dalla fantascienza». 
All’interno della Via Lattea già 53 esopianeti sono stati scoperti usando microlenti.

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giovedì 25 gennaio 2018

Zhong Zhong e Hua Hua le Prime Scimmie Clonate



Zhong Zhong e Hua Hua, prime scimmie clonate con la tecnica della pecora Dolly
Sono nate in Cina 19 anni dopo la prima clonazione di un primate


I loro musetti sbucano timorosi dietro ad un enorme peluche: qualche istante di incertezza, ed eccoli zompettare vivacemente nell’incubatrice, con gli occhioni curiosi puntati all’obiettivo della telecamera. Sono Zhong Zhong e Hua Hua, le prime due scimmie al mondo clonate con la tecnica della pecora Dolly. La loro nascita, avvenuta rispettivamente otto e sei settimane fa, è annunciata sulla rivista Cell dai ricercatori dell’Istituto di neuroscienze dell’Accademia cinese delle scienze a Shanghai, e apre alla possibilità di ridurre il numero di primati usati nella sperimentazione animale.

«Questa tecnica consente per la prima volta di ottenere numerosi esemplari di primati geneticamente omogenei», spiega Giuliano Grignaschi, segretario generale di Research4life e responsabile del benessere animale presso l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. «Ciò permetterà di ottenere risultati sperimentali più affidabili e facilmente riproducibili: riducendo la variabilità e l’errore statistico, si ridurrà anche il numero di campioni impiegati per fare le misure e, di conseguenza, il numero di animali sacrificati per ogni singolo esperimento». 

La svolta arriva 19 anni dopo la primissima clonazione di un primate, la femmina di macaco Tetra, ottenuta nel 1999 nei laboratori dell’Oregon Health and Science University grazie alla scissione dell’embrione, una tecnica che imita il processo naturale all’origine dei gemelli identici (monozigoti).  

Siccome questa procedura consente di generare al massimo quattro cloni per volta, molti in passato hanno provato ad usare la tecnica impiegata nel 1999 per la pecora Dolly, che permette di creare un numero maggiore di cloni attraverso il trasferimento del nucleo di una cellula dell’individuo “da copiare” all’interno di un ovulo non fecondato e privato del suo nucleo. A differenza di quanto accaduto con altri mammiferi, come topi e bovini, nelle scimmie ogni tentativo era fallito, perché nei nuclei delle loro cellule differenziate sono presenti dei geni “spenti” che impediscono lo sviluppo dell’embrione. I ricercatori cinesi sono riusciti per la prima volta a riattivarli grazie a “interruttori” molecolari creati ad hoc, aggiunti dopo il trasferimento del nucleo. La percentuale di successo è stata poi ulteriormente aumentata prelevando il nucleo da cellule fetali invece
 che da cellule di esemplari adulti. 


A coronare tre anni di studi ed esperimenti sono poi arrivati i piccoli macachi Zhong Zhong e Hua Hua, il cui nome deriva dal termine cinese “Zhonghua” con cui si indica il Paese del dragone. Al momento i due cuccioli godono di ottima salute e crescono in modo normale: il loro sviluppo fisico e cognitivo verrà continuamente monitorato, in attesa che nel laboratorio di Shanghai vengano alla luce anche altre scimmie “fotocopia”.  


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