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sabato 6 novembre 2010

Le migrazioni, generate da fattori biologici e da condizioni culturali




Le migrazioni


La specie umana, nella sua lunga storia iniziata alcuni milioni di anni fa, con le forme primitive di Homo habilis e Homo erectus, manifesta subito una forte propensione alla migrazione, cioè a spostarsi dai luoghi di origine per andare alla ricerca di nuovi territori. Le migrazioni, generate da fattori biologici e da condizioni culturali, producono esse stesse effetti culturali ma soprattutto biologici, levigando le differenze genetiche fino a portare alla formazione di un’unica specie umana su tutto il pianeta.

Possiamo quindi affermare che sono state le grandi migrazioni dell’antichità ad omogeneizzare la nostra specie e, in una certa misura, anche ad accelerarne l’organizzazione sociale che, senza i condizionamenti apportati dalle migrazioni, si sarebbe evoluta molto più lentamente.
È bene comprendere questo fenomeno dal punto di vista Antropologico, altrimenti non risulterebbe chiaro come e perché oggi accade esattamente quello che sta accadendo da milioni di anni: si emigra, sempre… anche quando stiamo fermi.

La complessità del fenomeno migratorio discende quindi da qualcosa di molto semplice, perché non si potrà certo dire che un viaggio, di per sé, sia necessariamente complicato!
Eppure il fenomeno migratorio non è mai un atto innocente, perché il viaggio in questione mette in gioco sempre due motivazioni contrapposte: la disperazione e la speranza. Un immigrato vivrà perennemente un equilibrio precario tra questi due sentimenti. Questa situazione mentale è mirabilmente espressa da una antropologa, Giulia Kristeva, nel suo testo “Stranieri a se stessi“, quando afferma che l’immigrato è uno che fa l’amore con un’assenza (Kristeva J., 1990:54).
Lo spettro dell’emigrazione in effetti inquieta gli uomini, proiettando in essi la paura dello sradicamento, della scissione e della solitudine. I versi di Dante sulla durezza dell’esilio, “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente“, testimoniano questa atavica consapevolezza, cioè quella della sofferenza di chi è costretto dal destino a vivere lontano dalla propria terra d’origine. Per ogni uomo la terra d’origine conserva lo scrigno della propria identità sociale e culturale, perché ne custodisce gli affetti e le aspirazioni più profonde. E non è in fondo questa l’amara condizione dello stesso Ulisse, colui che più di tutti incarna il mito dell’Uomo errante?

Però oggi, la condizione del migrante sembra quasi stridere con il dinamismo di una società globalizzata, in cui le possibilità di comunicazione e di spostamento si sono enormemente ampliate, offrendo spesso la possibilità di ritornare da dove si è partiti. Viviamo in un mondo in cui le barriere spazio-temporali sembrano eliminate dal poderoso progresso tecnologico. Però, anche se le distanze chilometriche sono annullate o quasi, restano ben vive distanze più intime e meno misurabili, resta la dimensione del disagio e della solitudine per chiunque viva la propria esistenza come un’esclusione oppure un’isola sociale.
Se volessimo enucleare le tipologie degli atteggiamenti mentali che attualmente si riscontrano nella nostra società, e che sono comunque tipiche dell’umanità in generale e di tutti tempi, in materia di immigrazione, potremmo ridurle sinteticamente a tre:

a) L’esaltazione positiva, incondizionata e senza riserve, dell’incontro fra immigrati e popolazione di accoglienza, avvalorando tale esaltazione in nome del potenziale e reciproco arricchimento culturale. È la posizione che si esprime, nelle sue punte più estreme, in un elogio del meticciato, i cui fondamenti ideologico-mentali risiedono nei postulati di cosmopolitismo e di individualismo.

b) Il rifiuto del contatto e dello scambio, basato su due rappresentazioni assai diverse, anche se spesso strategicamente convergenti, dell’Altro oppure dell’Alieno. Ora, esso è inferiore e sottoposto a comportamenti di sopraffazione e di dominio (sono le forme di razzismo consapevole e dichiarato, esibite dagli skinheads e da altri gruppi sociali consimili), ora è solo il diverso, lo sconosciuto che incute timore ed apprensione, oggetto di discriminazioni frutto di proprie insicurezze (questa è l’immagine prevalente, come numerose ricerche dimostrano, fra gli elettori dei maggiori partiti xenofobi, a partire dal Front National Francaise). Uninsieme dei due atteggiamenti è stato tipico dell’apartheid sudafricano.

c) L’accettazione pragmatica del fenomeno, che, senza scadere incontrapposti eccessi di giudizio etico-politico e morale, mira a controllarne la portata per organizzarne le forme sociali e culturali. Si tratta in effetti della posizione secondo cui una parte del flusso migratorio di questi ultimi venticinque anni si debba considerare definitiva. Come è esattamente accaduto, fra Ottocento e primi decenni del Novecento, con i numerosi gruppi etnici europei, che si sono sparsi fra ilVecchio continente, le Americhe e l’Australia. Ma questa posizione afferma nel contempo che esiste, in ogni società e cultura, una soglia di integrazione degli allogeni che, se varcata, induce turbative e disagi non controllabili.

È relativamente evidente che nell’atteggiamento di repulsione predomina una marcata incertezza (o carenza) di identità mentale e culturale di colui che se ne fa assertore. In effetti, il timore di veder contaminata la propria mente (considerata come il frutto di un funzionamento autonomo senza la presenza degli altri) dal contatto con chi ne esibisce una diversa è presente in coloro che non si percepiscono saldi nelle coordinate di riferimento culturali proprie, rivelando una fragilità mentale. In questo modo, l’immigrazione diviene il catalizzatore di insicurezze per gli autoctoni (Palidda S., 2000). Non è infatti casuale che le situazioni di maggiore tensione si creino in quartieri meno abbienti, oppure in presenza di nativi che appartengono a ceti sociali appena usciti da condizioni didifficoltà materiali e, a volte, dopo un lungo e difficile processo di integrazione culturale con il territorio in cui abitano. Nella mente di queste persone si realizza una percezione del presente direttamente legata al ricordo del proprio passato: si sentono minacciate nelle loro nuove erecenti sicurezze appena acquisite, proprio da coloro che vivono ancora una condizione da poco superata. Vi è dunque la paura che possano emergere zone oscure del proprio passato, e si crea così un gioco infinito di specchi, nei quali si proiettano inevitabilmente le insicurezze proprie su un popolo di immigrati.

In Europa sono sorti molti centri per rispondere al disagio psichico negli immigrati, che si sono spesso rapidamente trasformati in originali luoghi di ricerca. Da quanto appena detto, penso però che si dovrebbe in qualche misura cominciare ad interessarci di coloro che hanno paura dell’immigrato, del diverso e del nuovo, rispetto alla loro abitudine mentale che li rende sicuri solo nella tradizione del già visto, già fatto e già compreso. In altre parole penso, che oggi, anche nella nostra nazione, si dovrebbe richiedere, per gli italiani cosiddetti normali ma razzisti, l’intervento dell’etnopsichiatria.
Con questo non voglio assolutamente affermare che il processo migratorio debba essere lasciato al caso, senza nessun controllo da parte dello Stato ospitante, come non voglio negare il diritto di affermare la propria identità religiosa e culturale del gruppo ospitante. Voglio però fornire un aiuto di tipo mentale a coloro che trovano difficoltà a rapportarsi con il diverso perché lo percepiscono comunque e sempre pericoloso. Sono infatti convinto che questo atteggiamento mentale verso l’immigrazione è solo una fattispecie di un atteggiamento mentale più generale che teme la novità, da qualsiasi parte provenga e indipendentemente da coloro che la propongono.
Il modello di etnopsichiatria fa riferimento al concetto di culture come luoghi di conflitto e di cambiamento, di rapporti di forza oltre che disenso, non solo dunque come aggregati omogenei di ideologie, lingue e costumi. L’etnopsichiatria può così situarsi in quello spazio dinamico di conflitto e di trasformazione, che l’incontro fra culture e società genera, anche partendo dai processi migratori. Con essa si può giungere, attraverso le vie della clinica e della ricerca, a definire modalità più efficaci per intervenire tanto sul disagio dei singoli immigrati quanto su quello dei gruppi autoctoni.
Proprio in quest’ottica, ho definito l’atteggiamento mentale di chiusura verso l’esterno una sorta di autismo culturale (Bertirotti A., Larosa A.,2005). Anche se questo atteggiamento rivela una forma antica di frammentazione delle esperienze culturali, che sopravvive alimentata dalla paura dell’altro, dal timore di essere distrutti, annientati, dispersi nel confronto con la diversità altrui, si deve anche riconoscere che in esso abita un naturale istinto di conservazione della specie, che dobbiamo in qualche modo rispettare e tutelare nella sostanza.
La difesa delle singole identità, mantenere tali elementi distintivi, è in effetti la condizione essenziale del dialogo e dello scambio fra popoli e di individui di diversa origine culturale. In questa prospettiva la differenza non viene interpretata come una diversità di valore, che richiamerebbe una gerarchia e presupporrebbe un giudizio, ma come una specificità di valore.
L’interculturalità diventa dunque un programma di lavoro che occorre prefiggersi.
Con il termine multiculturalità si attesta soltanto che su un dato spazio convivono, più o meno pacificamente, diverse etnie e culture (quindi un dato, un fatto: la risultante naturale dell’immigrazione e della mobilità geografica). L’interculturalità è invece un’ipotesi di elaborazione del dato multiculturale, che nasce dal bisogno e dalla volontà di avviare un dialogotra le culture presenti, per realizzare con successo la loro reciproca fecondazione.
Questa ipotesi appare, ed è utile precisarlo, l’unica in grado di garantire una pace durevole, e non semplicemente armistizi precari, perché stimola un lavoro continuo e cumula scambi di contenuti, comprensione e tenerezza. L’ interculturalità è, rispetto alla multiculturalità, un po’ come è la mente rispetto alla realtà: la realtà è preesistente, ma la mente la crea, la classifica e la mette in ordine, opera confronti, valutazioni, mescolanze, individua dei legami, identifica i punti di intersezione. L’ipotesi interculturale, così come la mente, consente di capire la realtà multiculturale e di intervenire su di essa con un progetto esistenziale permanente e comune.
Anche se diverse e spesso addirittura contrapposte per definizione, le culture del mondo non hanno mai smesso di studiarsi, di meravigliarsi a vicenda, di imparare le une dalle altre attraverso le molteplici forme dello scambio, dal conflitto alla seduzione. E ciò è possibile ancora perché, in fondo, ogni singola cultura è solo una delle possibili risposte, sempre parziali e pertanto in divenire, alla domanda di significato che sorge dall’enigma Homo, al bisogno di esaminane il suo mistero secondo molte prospettive.

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Alessandro Bertirotti

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