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domenica 29 novembre 2015

La Vita Continua dopo la Morte ?



LA FISICA QUANTISTICA DIMOSTRA CHE 
LA VITA CONTINUA DOPO LA MORTE

Nell’epoca contemporanea, intrisa di scientismo e materialismo, la maggior parte degli scienziati ritiene che il concetto di vita ultraterrena o è una sciocchezza, oppure, se realmente esistesse, è completamente indimostrabile. Eppure, un ricercatore afferma che la fisica quantistica è in grado di fornire prove certe dell’esistenza dell’aldilà.

Perchè la morte fa così paura? Certamente perchè è l’oblio a sconvolgere la nostra coscienza e a smuovere la paura primordiale della morte.

L’uomo vuole vivere, sente se stesso come un essere fatto per la vita e il rischio di essere consegnato al non-essere perpetuo è fonte di una profonda angoscia esistenziale.

Se da una parte le religioni, sapienze antiche, prospettano la certa continuazione della vita nell’aldilà, fornendo una straordinaria mitigazione della paura della morte e un sostanziale significato alla vita del credente, la società contemporanea tende ad esorcizzare la paura della morte o cancellandola dall’esperienza quotidiana, evitando di parlarne o di pensarvi, oppure spettacolarizzandola in fiction televisive e cinematografiche nelle quali l’eroe di turno causa la morte dei nemici come se fossero mosche.

Da qualche tempo, però, ad interessarsi al fenomeno della morte e della sua possibile funzione come passaggio verso un nuovo stato di vita c’è anche la scienza, in particolare quella disciplina definita come ‘fisica quantistica‘, una branca della fisica che studia il comportamento delle particelle a livello atomico e subatomico.

Tra i ricercatori più appassionati della questione vi è il professor Robert Lanza, direttore scientifico presso l’Advanced Cell Technology e professore aggiunto presso la Wake Forest University School of Medicine.

Come ricercatore ha pubblicato centinaia di articoli scientifici e numerose invenzioni e ha scritto, fino ad ora, più di 30 libri, tra i quali “Principles of Tissue Engineering” (Principi di ingegneria dei tessuti) e “Essentials of Stem Cell Biology” (Fondamenti di biologia delle cellule staminali), due pubblicazioni che sono riconosciute come riferimenti definitivi in campo scientifico.

Lanza sostiene la teoria del Biocentrismo, secondo la quale la morte come noi la conosciamo non sarebbe altro che un’illusione generata dalla nostra coscienza. “Ci hanno insegnato a pensare che la vita sia solo l’attività generata dalla combinazione del carbonio e di una miscela di molecole, che vivremo per un certo tempo e che poi finiremo per marcire sottoterra”, scrive Lanza sul suo sito web. “In effetti, noi crediamo nella morte perchè ci è stato insegnato che moriremo, o più specificamente, ci hanno insegnato che la nostra coscienza è un fenomeno associato al nostro organismo e che questa morirò con esso”.

La sua Teoria del Biocentrismo, però, afferma che la morte non può essere l’evento terminale che pensiamo che sia. Il Biocentrismo si attesta come la teoria del tutto e mette la vita al centro e all’essenza dell’attività dell’Universo. Lanza spiega che la vita e la biologia sono il centro dell’esistenza. Anzi, è la vita stessa a creare l’Universo e non il contrario.

Ciò significa che è la coscienza della persona a determinare la forma e la dimensione degli oggetti nell’Universo. La filosofia realista di provenienza greca ha sempre affermato che la realtà esiste di per sé, a prescindere dall’esistenza dell’osservatore.

La fisica quantistica, invece, ha scoperto che l’osservatore è determinante nella formazione della realtà. In effetti, la realtà che noi percepiamo con i nostri sensi è l’incontro tra il ‘funzionamento di base dell’Universo’, che potenzialmente può assumere infinite forme, e la ‘presenza dell’osservatore’, che ne determina con la sua coscienza la forma.

Praticamente, la realtà è come la pensiamo! Lanza fa un esempio sul modo in cui percepiamo la realtà intorno a noi: una persona percepisce il cielo come di un certo colore, e gli viene insegnato che quel colore si chiama ‘blu’. Ma le cellule del cervello di un’altra persona potrebbero percepire un colore diverso, che chiamerebbe sempre blu, ma che potrebbe corrispondere al mio ‘verde’.

Lanza pone questo postulato alla base della sua teoria: tutto ciò che percepisci del mondo non può esistere senza la tua coscienza: la nostra coscienza è alla base della realtà. Ponendo questo postulato nell’osservazione più generale dell’Universo, significa che lo spazio e il tempo non si comportano in maniera ‘dura’ e ‘veloce’ come ci sembra di percepire. In sintesi, essi non esistono di per sé fuori di noi, ma sono un prodotto della nostra coscienza!

L’esperimento della doppia fenditura
Nella presentazione della sua teoria biocentrica, Lanza ha citato il famosoesperimento della doppia fenditura, a fondamento delle sue affermazioni. L’esperimento ha mostrato che quando un osservatore guarda passare una particella attraverso due fenditure poste in una barriera, la particella si comporta come un proiettile, passando attraverso una delle due fenditure. Tuttavia, se l’osservatore smette di guardare la particella, questa inizia a comportarsi come un’onda, riuscendo a passare attraverso entrambe le fenditure nello stesso tempo.

Questo significa che la materia e l’energia possono presentare le caratteristiche sia delle onde che delle particelle e che il loro comportamento dipende dalla percezione e dalla coscienza di un osservatore.
Dimostrazione che la realtà che conosciamo non è fatta da "materia" ma da energia
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Esperimento della doppia fessura

La fisica quantistica sembra confermare le teorie dei filosofi idealisti, i quali hanno sempre pensato che la realtà fosse un prodotto della mente dell’uomo. Una volta che spazio e tempo vengono accettati come costrutti della nostra mente, significa che la morte, e l’idea di mortalità, sono anch’esse un fenomeno legato all’esperienza sensoriale della nostra coscienza. Con la morte del nostro organismo, la nostra coscienza entra in una condizione dove non esistono pi confini spaziali e temporali: l’eternità!

Secondo Lanza, la vita è un’avventura che trascende il nostro modo ordinario di pensare. Quando moriamo, non entriamo nel mondo caotico del non-essere, ma torniamo alla matrice fondamentale dell’Universo: “con la morte, la nostra vita diventa un fiore perenne che torna a vivere nel multiverso”, il luogo delle possibilità infinite. Se non sapessimo che si tratta di uno scienziato, penseremmo di ascoltare un uomo di religione.

L’anima come struttura fondamentale dell’Universo
Ma Robert Lanza non è l’unico scienziato a ritenere che la fisica quantistica giustifichi l’esistenza della vita eterna. Un medico americano, il dottor Stuart Hameroff, e un fisico quantistico inglese di fama mondiale, Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima.

Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite in microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.

La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni . Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction). Con la morte corporea i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte.

In parole povere, la coscienza non muore, ma torna alla sua sorgente. “Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dottor Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.

“L’informazione quantistica contenuta nei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”.

La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa, non è il semplice prodotto che emerge da un processo biologico, né si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato.

Certamente la prospettiva è entusiasmante, dato che queste teorie sono in grado di dare un senso alla morte. Ma la domanda che sorge conseguentemente allora è questa: qual è lo scopo dell’esperienza che facciamo nello spazio e nel tempo qui sulla Terra?

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giovedì 26 novembre 2015

Dal BUCO NERO all’UNIVERSO



Il nostro Universo sarebbe emerso da un buco nero in uno spazio multidimensionale. E’ quanto sostiene un gruppo di tre ricercatori del Perimeter Institute il cui studio si è guadagnato la copertina del numero di Agosto di Scientific American.


Il Big Bang pone una domanda fondamentale: se è vero che fu quell’evento singolare che diede origine all’Universo 13,8 miliardi di anni fa, che cosa l’ha provocato? Tre scienziati del Perimeter Institute hanno introdotto una nuova idea che tenta di descrivere cosa ci sarebbe stato “prima del Big Bang”. Anche se può sembrare un pò complicata, la loro idea risulta attraente e ben formulata matematicamente al punto che si è guadagnata la copertina di Scientific American. Ciò che riteniamo essere stata “la grande esplosione iniziale” potrebbe essere in realtà una sorta di “miraggio” di una stella che collassa sotto l’effetto della gravità in un universo totalmente differente dal nostro. Sappiamo che il Big Bang è la “singolarità iniziale” dove le leggi della fisica vengono meno. Ma le singolarità sono strane e bizzarre per cui le nostre conoscenze sono alquanto limitate. Il problema è che sebbene l’ipotesi del Big Bang sia relativamente comprensibile dal punto di vista concettuale, risulta assai improbabile che l’Universo sia emerso effettivamente da una singolarità. Forse è successo qualcos’altro, magari l’Universo non si è mai trovato inizialmente in uno stato singolare.

L’ipotesi dei tre ricercatori è la seguente: il nostro Universo potrebbe avere una struttura tridimensionale “piegata”, per così dire, attorno all’orizzonte degli eventi di un buco nero quadridimensionale.

In questo scenario, l’Universo si è originato dal collasso gravitazionale di una stella trasformatasi in un buco nero in uno spazio quadridimensionale. Nel nostro Universo tridimensionale, gli orizzonti degli eventi dei buchi neri sono bidimensionali e indicano il cosiddetto “punto di non ritorno”. Nel caso invece di uno spazio quadridimensionale, un buco nero avrebbe un orizzonte degli eventi tridimensionale. Dunque, nel modello proposto dai tre teorici, il nostro Universo non si è mai trovato all’interno di una singolarità poichè è emerso al di fuori dell’orizzonte degli eventi, protetto dalla stessa singolarità. In altre parole, l’Universo ha avuto origine, e rimane ancora, come una sorta di “residuo primordiale” della stella che è implosa. Nonostante questa idea possa sembrare “assurda”, gli scienziati ci tengono a sottolineare che il loro modello è ben formulato in un contesto matematico che descrive la struttura dello spaziotempo. In particolare, i teorici hanno utilizzato gli strumenti dell’olografia per “trasformare, si fa per dire, il Big Bang in un miraggio cosmico”. Insomma, il modello sembra affrontare i più importanti enigmi cosmologici e, soprattutto, permette di fare previsioni verificabili. Naturalmente, oggi non abbiamo un concetto in mano che descriva un universo quadridimensionale nè sappiamo come uno spazio “genitore” quadridimensionale possa essersi originato. Secondo i ricercatori, forse le nostre fallibili intuizioni umane si sono evolute in un mondo tridimensionale in maniera tale che siamo in grado di “vedere” solo “le ombre della realtà” in cui viviamo. E’ un pò come l’allegoria di Platone sul mito della caverna dove i prigionieri incatenati fin dall’infanzia, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno, trascorrono la loro vita in una caverna osservando solo le ombre “parlanti” che vengono interpretate come oggetti, animali, piante o persone reali. Le loro catene gli hanno impedito di percepire il vero mondo, cioè un “regno” con una ulteriore dimensione. Insomma, così come i prigionieri di Platone non hanno capito quali sono i segreti che si celano nella realtà, allo stesso modo noi non siamo ancora di comprendere la struttura quadridimensionale dell’Universo. Tuttavia, loro sapevano almeno dove cercare le risposte.


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lunedì 23 novembre 2015

Gesù non era Biondo con gli occhi Azzurri




NON ERA BIONDO CON GLI OCCHI AZZURRI
E' NATO IN AFRICA NON IN SVEZIA




Gesù sposò Maddalena  
Trovato uno Scritto in siriaco codice del 570 d.C. 
su pergamena sarà presentato alla British Library


Un altro tassello fortifica la ancora traballante tesi che Maria Maddalena fosse la moglie di Gesù e la madre dei suoi figli. Un libro scritto nel 570 in siriaco su pergamena, e ora custodito alla British Library, racconta una storia diversa da quella dei quattro Vangeli canonici. Ma il numero di antichi documenti che conferma questa tesi continua a crescere, e decine di seri studiosi vi si stanno dedicando senza pregiudizi. Alla British Library terrà una conferenza stampa,,,
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L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO

Il Cristianesimo non è iniziato come una religione, ma come un progetto di governo sofisticato, una sorta di esercizio di propaganda utilizzato per pacificare i sudditi dell’Impero Romano. “Sette ebraiche in Palestina, a quel tempo, che erano in attesa di un Messia guerriero profetizzato, erano una costante fonte di insurrezione violenta durante il primo secolo,” spiega. “Quando i Romani esaurirono i mezzi convenzionali contro la ribellione, sono passati alla guerra psicologica. Hanno ipotizzato che il modo per fermare la diffusione di attività missionaria ebraica
 fosse quello di creare un sistema di credenze in competizione...

LEGGI COME NASCE IL CRISTIANESIMO
http://cipiri12.blogspot.it/2016/07/gesu-cristo-inventato-contro-la.html

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sabato 7 novembre 2015

2022 Immensa Esplosione Solare Colpirà la Terra



Come la Casa Bianca intende affrontare
 l'immensa esplosione solare che colpirà la Terra

La Casa Bianca si sta preparando ad affrontare un'eruzione solare che, come riporta il Washington 
Post, potrebbe mettere in ginocchio la civiltà così come la conosciamo. Un brillamento solare talmente intenso da disabilitare per mesi rete elettrica, cellulari e internet.

Gli scienziati della Nasa affermano che abbiamo il 12% delle probabilità di essere colpiti entro il 2022. Un evento simile è avvenuto nell'ormai non più "fatidico" 2012, quando una tempesta solare dello stesso tipo ha sfiorato il nostro pianeta, causando solo una minima perturbazione al campo magnetico terrestre. "Se ci avesse colpito - ha spiegato Daniel Baker, professore di fisica all'Università del Colorado - staremmo ancora raccogliendo i pezzi".

John P.Holdren, membro dell'ufficio di Scienza e Tecnologia del governo americano, ammette che le 
tempeste solari rappresentano una sfida significativa all'esistenza stessa della nostra civiltà, 
preoccupazione ribadita dal collega Bill Murtagh: "Dobbiamo assolutamente mettere in atto, a livello 
nazionale, un progetto che ci consenta di comprendere appieno il fenomeno, in ogni suo aspetto, così 
da poterlo affrontare. Il problema è reale, il pericolo è reale".

L'ultima violenta eruzione solare che ha colpito la Terra risale al 1859 - passato alla storia con il nome di "Evento di Carrington", dal nome dell'astronomo inglese che per primo studiò le macchie solari - la più potente in cinque secoli, e causò la distruzione di gran parte della linea telegrafica europea e statunitense. Quella tempesta produsse un'aurora boreale visibile a latitudini normalmente inusuali: in Giamacia, alle Hawaii, a Cuba e a Roma, avvenimento descritto in un articolo de "La Civiltà Cattolica" dell'epoca.

Nel mondo tecnologico di oggi, un simile evento avrebbe una risonanza decisamente maggiore. Il 
massiccio impulso elettromagnetico dovuto all'esplosione solare, infatti, sarebbe in grado di spazzare 
via le reti elettriche e smagnetizzare telefoni cellulari e carte di credito. Praticamente tutto ciò che 
utilizziamo oggigiorno. Secondo una ricerca condotta nel 2008 dalla National Academy of Sciences, il costo dei danni ammonterebbe a circa 2.6 trilioni di dollari, cifra 
che riguarderebbe solo il territorio degli Usa.

Il governo degli Stati Uniti - coadiuvato dal Dipartimento della Sicurezza Interna, dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) - è fermamente intenzionato ad assecondare i consigli degli scienziati e li sta supportando nel mettere a punto una strategia utile ad affrontare la prossima esplosione solare: un piano suddiviso in 6 step, che prevede di stabilire una scala accurata di misurazione di questi eventi, così come si fa con i terremoti. La vera preoccupazione, però, è che con la tecnologia attualmente a nostra disposizione, gli scienziati non siano nelle condizioni di poter avvisare e mettere in allarme i cittadini, in quanto riuscirebbero a captare il pericolo con un preavviso minimo compreso tra i 15 e i 60 minuti. Un arco di tempo troppo breve per garantire la salvezza di tutti. Una prima soluzione, a cui stanno già lavorando gli esperti, consiste nell'aggiornare i satelliti e creare nuovi sistemi di monitoraggio sulla Terra.
Per ammissione dello stesso governo americano, affinché si riesca effettivamente a creare un sistema 
di difesa, è necessario - punto 5 del piano - instaurare una collaborazione concreta tra gli stati 
nordamericani e del mondo.

I brillamenti solari di maggior effetto, come spiegato dagli scienziati, sono causati da masse di energia magnetica sulla superficie solare che rilasciano degli "scoppi" di radiazioni che viaggiano in tutto il sistema solare. La nostra stella ci inonda quotidianamente con il vento solare, un leggero flusso di particelle radioattive; i brillamenti e le eruzioni solari, invece, inviano quantità enormi di queste particelle, in una misura tale che il nostro campo magnetico non sarebbe mai in grado di assorbire. Questi eventi possono variare sia di intensità che di frequenza, ma quasi sempre viaggiano lontane dall'orbita del nostro pianeta. Stando alle statistiche, solo un'esplosione solare al secolo è in grado di minacciare la Terra.

Gli esperti americani invitano nel frattempo i cittadini a conservare dei kit di emergenza - con 
abbastanza cibo, acqua fresca e medicine - che possano bastare a sostentarci per almeno le prime 72 
ore dall'inizio della catastrofe. Alcuni preppers (quelli che già da tempo hanno iniziato ad accumulare scorte in attesa del "giorno del giudizio") hanno messo da parte viveri e medicinali per anni e investito i loro soldi in oro piuttosto che in titoli bancari. La prevenzione prima di tutto.

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giovedì 5 novembre 2015

I Greci condannavano a Morte chi eliminava un albero di Ulivo


I Greci condannavano con la morte
 chi uccideva un albero d’ulivo

L’olivo nel Salento leccese 4 mila anni fa è giunto dal mare, trasportato da antichi naviganti fenici sbarcati sulla penisola salentina. Sia gli scrittori locali che i visitatori del Salento leccese sono sempre stati ipnotizzati dalla fitta foresta degli ulivi. Questi alberi maestosi e imponenti  sono disposti ad arco intorno alle città, oppure coltivati all’interno dei muri di recinzione. Ferrari afferma che il segreto della ricchezza di prodotto degli olivi del Salento leccese deriva dalla costante e corretta potatura: “per farli più fruttiferi ogni anno con diligenza li padroni da persone pratiche li fanno nettare“.

continua a leggere - http://cipiri6.blogspot.it/2015/11/i-greci-condannavano-morte-chi.html
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domenica 1 novembre 2015

La tribù dei Korowai, gli ultimi cannibali del pianeta



La tribù dei Korowai, gli ultimi cannibali del pianeta
Il racconto del giornalista australiano che li ha avvicinati. «Consumano la carne umana avvolta in foglie di banano. La parte preferita è il cervello, ma mangiano tutto.
 Tranne i capelli, le unghie e il pene».

Il primo contatto documentato con il mondo esterno è avvenuto con un un gruppo di scienziati nel marzo 1974. Fino ad allora, gli appartenenti alla tribù Korowai, 2500 abitanti delle foreste pluviali nell’area occidentale della Papua Nuova Guinea, ignoravano l'esistenza di altri popoli sulla terra. L’ambiente in cui i Korowai hanno vissuto per millenni è un’area di 600 Kmq, caratterizzata da pianure acquitrinose e dalla minacciosa presenza di due fiumi di cui frequenti e disastrose sono le inondazioni. Popolo di cacciatori-raccoglitori organizzato in clan, proprio per la possibilità di scontri tra clan rivali, hanno sviluppato un particolare tipo di abitazione, che si colloca ad altezze variabili dal suolo, che può arrivare fino ai 45 metri. Le case sull’albero sono costruite a gruppi di due o tre in una radura, resistenti a sufficienza per accogliere famiglie numerose, 
anche di 10 e più componenti, con animali ed effetti personali.

Difendersi dagli attacchi da clan rivali voleva dire proteggersi dal cadere in schiavitù o addirittura essere vittima di cannibalismo, pratica di cui sono rimasti l'unico popolo tra il quale l'antropofagia sarebbe ancora diffusa. Nel maggio 2006 una troupe televisiva australiana, guidata da Paul Raffaele, ha documentato la vita quotidiana del popolo Korowai, proprio dopo che il giornalista era stato avvicinato da un appartenente alla tribù che aveva raccontato che la sua nipotina di sei anni era stata accusata di stregoneria ed era in pericolo di essere cannibalizzata.

I Korowai sono tra i pochissimi popoli su cui si è addensato per anni il sospetto di cannibalismo, anche se gli antropologi ormai pensano che sia una pratica ormai inesistente, Raffaele è stato il primo uomo occidentale ad attraversare il confine con il territorio inesplorato dei clan Korowai. Mentre le comunità a valle sono stati esposte alla cultura occidentale, infatti, quelle più a monte ancora vivono in gruppi isolati e continuano a praticare le loro abitudini millenarie.
 Nemmeno la polizia indonesiana si era mai avventurata in quelle zone.

Il primo contatto documentato con il mondo esterno è avvenuto con un un gruppo di scienziati nel marzo 1974. Fino ad allora, gli appartenenti alla tribù Korowai, 2500 abitanti delle foreste pluviali nell’area occidentale della Papua Nuova Guinea, ignoravano l'esistenza di altri popoli sulla terra
Paul Raffaele trascorse diverse notti dormendo a pochi centimetri di distanza da alcuni degli ultimi 
cannibali sulla terra. Racconta il giornalista: «Sono riuscito a superare la loro diffidenza iniziale grazie alla mia guida Kornelius, originario di Sumatra. Lui si era recato a visitare i Korowai dieci anni prima, interessato a conoscerli. Lo avevano sottoposto a una prova per decidere se dovevano permettergli di rimanere o meno.
 Una notte gli hanno dato un pacco di carne e gli hanno detto che era carne umana. 

Se l'avesse mangiata, avrebbe potuto restare con loro. Se non l'avesse fatto, allora sarebbe dovuto 
andar via. La mangiò e così è stato accettato».

Paul Raffaele è stato il primo uomo bianco, però, a spingersi così oltre: «Il nostro piano era quello di 
visitare il clan Letin, che non aveva mai visto un estraneo prima. Anche Kornelius non era andato così lontano per paura di essere ucciso. Siamo caduti in un'imboscata. Eravamo in viaggio sul fiume 
Ndeiram in piroga, una canoa ricavata da un tronco d'albero, quando ci siamo imbattuti in una folla di uomini nudi che brandivano archi e frecce». Il racconto prosegue: «Non ci aspettavano e allora hanno deciso di attaccarci. Stava calando il buio, urlavano contro di noi. Per fortuna Kornelius parlava 
Korowai. Hanno detto che avevamo contaminato il dio del fiume. 
Ce la siamo cavata con una specie di sanzione».

E il cannibalismo? «Per i Korowai - spiega Paul - se qualcuno cade da una casa sull'albero o viene 
ucciso in battaglia, allora la causa della loro morte è evidente. Ma non capiscono microbi e germi (dei quali le foreste pluviali sono piene), così quando qualcuno muore per loro misteriosamente (in realtà di malattia), credono che sia a causa di un khakhua, un uomo strega che viene dal mondo degli inferi. Il khakhua possiede il corpo di un uomo (non può mai essere quello di una donna) e comincia a mangiare magicamente il loro interno. Secondo la loro logica, devono mangiare il khakhua come lui ha mangiato la persona che è morta. È il loro “sistema giudiziario”, basato sulla vendetta.

“Ti piacerebbe vedere il cranio dell'ultimo uomo che abbiamo ucciso? Noi lo conoscevamo bene, era un buon amico”. Ho detto di sì e ci hanno portato fuori. L'hanno consegnato a me, non volevo toccarlo, ma non ho avuto molta scelta. Avevano tagliato la parte superiore del cranio per arrivare al cervello, la loro parte preferita
Il giornalista australiano descrive poi il suo arrivo: «Era notte quando siamo arrivati nel villaggio. 

Eravamo in una capanna che si affaccia sul fiume, seduta da un piccolo falò. Due uomini si avvicinano attraverso l'oscurità. Hanno detto: "Ti piacerebbe vedere il cranio dell'ultimo uomo che abbiamo ucciso? Noi lo conoscevamo bene, era un buon amico”. Ho detto di sì e ci hanno portato fuori. L'hanno consegnato a me, non volevo toccarlo, ma non ho avuto molta scelta. Avevano tagliato la parte superiore del cranio per arrivare al cervello, la loro parte preferita».

«Trattano la carne umana come noi occidentali facciamo con la carne di maiale. Avevano tagliato le 
gambe separatamente, poi le avevano avvolte in foglie di banano. Poi la testa, che spetta alla persona 
che ha trovato il khakhua. Poi hanno tagliato il braccio destro e le costole a destra come un unico pezzo e la sinistra come un altro. Mangiano tutto, tranne i capelli, le unghie, e il pene. I bambini sotto i 13 non sono autorizzati a mangiare, perché credono che, mangiando il khakhua per loro è molto pericoloso, ci sono spiriti maligni e i bambini sono troppo vulnerabili».

Quindi tra i Korowai il cannibalismo è praticato ancora oggi? «Non posso rispondere perché non sono stato di nuovo in questi ultimi anni. Ho parlato con Kornelius, la mia guida. Dice di sì, che nelle regioni più interne è ancora pratica comune. I clan più a monte stanno ancora praticando khakhua», conclude il giornalista-antropologo australiano.


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