venerdì 18 maggio 2012

aurora boreale o australe





 Bear Lake in Alaska

 Salangen in Norvegia

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L'aurora polare, spesso denominata aurora boreale o australe a seconda dell'emisfero in cui si verifica, è un fenomeno ottico dell'atmosfera terrestre caratterizzato principalmente da bande luminose di colore rosso-verde-azzurro, detti archi aurorali. Le aurore possono comunque manifestarsi con un'ampia gamma di forme e colori, rapidamente mutevoli nel tempo e nello spazio.
Il fenomeno è causato dall'interazione di particelle cariche (protoni ed elettroni) di origine solare (vento solare) con la ionosfera terrestre (atmosfera tra i 100–500 km). Tali particelle eccitano gli atomi dell'atmosfera che diseccitandosi in seguito emettono luce di varie lunghezze d'onda. A causa della geometria del campo magnetico terrestre, le aurore sono visibili in due ristrette fasce attorno ai poli magnetici della terra, dette ovali aurorali. Le aurore visibili ad occhio nudo sono prodotte dagli elettroni, mentre quelle di protoni possono essere osservate solo con l'ausilio di particolari strumenti, sia da terra sia dallo spazio.
L'aurora polare è visibile, spesso, anche in zone meno vicine ai poli, come la Scozia, o molte zone della penisola scandinava. Le aurore sono più intense e frequenti durante periodi di intensa attività solare, periodi in cui il campo magnetico interplanetario può presentare notevoli variazioni in intensità e direzione, aumentando la possibilità di un accoppiamento (riconnessione magnetica) con il campo magnetico terrestre.





L'origine dell'aurora si trova a 149 milioni di km dalla Terra, cioè sul Sole. La comparsa di un grande gruppo di macchie solari è la prima avvisaglia di una attività espulsiva di massa coronale intensa. Le particelle energetiche emesse dal Sole viaggiano nello spazio formando il vento solare. Questo si muove attraverso lo spazio interplanetario (e quindi verso la Terra, che può raggiungere in 50 ore) con delle velocità tipicamente comprese tra i 400 e gli 800 km/s, trascinando con sé parte del campo magnetico solare (campo magnetico interplanetario). Il vento solare, interagendo con il campo magnetico terrestre detto anche magnetosfera, lo distorce creando una sorta di "bolla" magnetica, di forma simile ad una cometa.
La magnetosfera terrestre funziona come uno scudo, schermando la Terra dall'impatto diretto delle particelle cariche (plasma) che compongono il vento solare. In prima approssimazione queste particelle "scivolano" lungo il bordo esterno della magnetosfera (magnetopausa) e passano oltre la Terra. In realtà, a causa di un processo noto come riconnessione magnetica (il campo magnetico interplanetario punta in direzione opposta a quello terrestre), il plasma del vento solare può penetrare dentro la magnetosfera e, dopo complessi processi di accelerazione, interagire con la ionosfera terrestre, depositando immense quantità di protoni ed elettroni nell'alta atmosfera, e dando luogo, in tal modo, al fenomeno delle aurore. È da notare che le zone artiche, possedendo una protezione magnetica minore, risultano le più esposte a questo fenomeno e spesso, per qualche giorno dopo l'evento, l'ozono si riduce circa di un cinque per cento.
Le aurore sono più intense quando sono in corso tempeste magnetiche causate da una forte attività delle macchie solari. La distribuzione dell'intensità delle aurore in altitudine mostra che si formano prevalentemente ad un'altitudine di 100 km sopra la superficie terrestre. Sono in genere visibili nelle regioni vicine ai poli, ma possono occasionalmente essere viste molto più a sud, fino a 40º di latitudine.
Le particelle che si muovono verso la Terra colpiscono l'atmosfera attorno ai poli formando una specie di anello, chiamato l'ovale aurorale. Questo anello è centrato sul polo magnetico (spostato di circa 11º rispetto dal polo geografico) ed ha un diametro di 3000 km nei periodi di quiete, per poi crescere quando la magnetosfera è disturbata. Gli ovali aurorali si trovano generalmente tra 60º e 70º di latitudine nord e sud.

 Victoria, Australia
 A volte, durante l'apparizione di un'aurora, si possono udire suoni che somigliano a sibili. Si tratta di suoni elettrofonici, un fenomeno che si può manifestare, sebbene molto più raramente, anche durante l'apparizione di bolidi. L'origine di questi suoni è ancora non chiara, si ritiene che sia dovuta a perturbazioni del campo magnetico terrestre locale causate da un'aumentata ionizzazione dell'atmosfera sovrastante. Spesso l'ascolto di tali suoni è facilitato dalla presenza di oggetti metallici nelle immediate vicinanze del testimone.
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venerdì 11 maggio 2012

IL FITOPLANCTON HA GIA’ TROVATO LA VIA DELL’ADATTAMENTO

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http://cipiri2.blogspot.it/2012/05/meduse-lucenti.html


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 L'ACQUA SEMBRA RIFLETTERE LE STELLE! IN REALTA' MINUSCOLE FORME DI VITA VEGETALE MARINA, CHIAMATA FITOPLANCTON, PRODUCONO BIOLUMINESCENZA E LA LORO LUCE PUO' ESSERE OSSERVATA NEI MARI DI TUTTO IL MONDO.

Per fitoplancton si intende l'insieme degli organismi autotrofi fotosintetizzanti presenti nel plancton, ovvero da quegli organismi in grado di sintetizzare sostanza organica a partire dalle sostanze inorganiche disciolte, utilizzando la radiazione solare come fonte di energia.
Il fitoplancton si trova alla base della catena alimentare nella stragrande maggioranza degli ecosistemi acquatici.
Il fitoplancton produce inoltre la metà dell'ossigeno totale prodotto dagli organismi vegetali della Terra

IL FITOPLANCTON HA GIA’ TROVATO LA VIA DELL’ADATTAMENTO


INTERVENIRE SULLE CAUSE ANTROPICHE
Che hanno portato ai mutamenti climatici e intraprendere strategie di adattamento attraverso interventi strutturali e cambiamenti delle abitudini di vita. Questi tipologie di risposte che devono essere fornite dall’uomo, possono essere in qualche modo “copiate” da alcuni organismi viventi. Come noto l’aumento di CO2 in atmosfera causa anche il fenomeno dell’acidificazione degli oceani, cioè l’aumento della concentrazione dell’acido carbonico e la conseguente riduzione del pH con effetti sulla catena alimentare. Uno studio condotto dall’Helmholtz Centre for Ocean Research (Geomar) di Kiel (Germania) e pubblicato su Nature Geoscience, ha dimostrato come il fitoplancton unicellulare si stia evolvendo per adattarsi al cambiamento di pH del mare, mitigando gli effetti negativi dell’acidificazione.


A CAUSA DELL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI
Le emissioni umane di anidride carbonica si dissolvono nel mare, dando origine a acido carbonico e quindi abbassano il pH- ha dichiarato Kai Lohbeck, biologo tra gli autori dello studio- Ma c’è un’alga unicellulare, chiamata Emiliana huxleyi, che costruisce attorno a sé una corazza di carbonato di calcio. Quest’esemplare del fitoplancton dimostra già un ottimo potenziale di adattamento alle condizioni sempre più acide dell’oceano». Durante lo studio sperimentale i ricercatori hanno isolato un campione di queste alghe, molte diffuse in natura dai mari tropicali a quelli sub-artici, note per le loro fioriture algali, e le hanno coltivate in laboratorio simulando le condizioni previste di acidità oceanica per un anno, equivalente a 500 generazioni. Tramite l’accumulazione di mutazioni casuali del DNA, il fitoplancton si è evoluto in modo da calcificare nella sua corazza maggiori quantità di CO2, sottraendole all’ambiente e mitigando l’innalzamento del pH.«Ci aspettavamo un risultato simile, ma è stato interessante notare come le alghe abbiano reagito dopo sole 500 generazioni.Questo dimostra come molte specie abbiano la capacità di ridurre gli effetti negativi dei cambiamenti climatici, e la necessità di iniziative di conservazione», ha concluso Lohbeck.
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sabato 5 maggio 2012

Omofobia e omosessualità: legame comprovato




Omofobia e omosessualità:

 legame comprovato



Tre ricercatori del Dipartimento di psicologia dell'Università della Georgia, nel lontano 1996, hanno pubblicato sul Psychology Today l'articolo scientifico "Is homophobia associated with homosexual arousal?". Adams, Wright e Lohr hanno dapprima chiesto ad un gruppo di presunti eterosessuali come si rapportassero in termini di disagio ed ansia con gli uomini gay. In base ai punteggi ricavati dalle risposte, i tre studiosi hanno suddiviso il gruppo di studio in omofobici e non-omofobici. Successivamente, hanno mostrato agli uomini video di tre-quattro minuti: uno di essi con sesso etero, un altro con sesso lesbico e un terzo con sesso gay. Mentre questo accadeva, un dispositivo era attaccato al pene dei partecipanti. Questo dispositivo misurava l'eccitazione sessuale degli esaminati. Ebbene, gli eterosessuali con le più spiccate caratteristiche omofobe risposero di non essere eccitati dai video sessuali maschili. Ma i loro peni raccontavano una diversa verità. Morale della favola: gli uomini catalogati come omofobici risultarono i più eccitati sessualmente da atti omosessuali maschili.
A confermare questa teoria, utilizzando metodologie piuttosto differenti, un altro studio effettuato su un campione di 784 studenti universitari di ambo i sessi. Il New York Times ha pubblicato la ricerca di due psicologi che, dapprima hanno chiesto l'orientamento sessuale agli esaminati, dopodiché hanno mostrato loro immagini e parole che andavano segnalate, tramite un apposito pulsante, come gay o etero. Per scoprire la vera natura sessuale degli studenti, prima di ogni immagine, era stato inserito un fotogramma di 35 millesimi di secondo con la scritta "io" o "gli altri", visibile ma non percepibile a livello conscio. Fondamentale quindi il tempo di reazione.
Il risultato? Un gruppo di tester, nei casi in cui le immagini omosessuali venivano precedute dalla scritta "io", premevano più velocemente il pulsante. Guarda caso, erano coloro che si dicevano favorevoli alle politiche anti-gay.
Sarà che le nostre paure, altro non sono che desideri nascosti e repressi?
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ZODIACO: Kepler-22b: il pianeta che assomiglia alla Terra

Kepler-22b: il pianeta che assomiglia alla Terra


Kepler-22b: 

 il pianeta che assomiglia alla Terra

ZODIACO: Kepler-22b: il pianeta che assomiglia alla Terra: Kepler-22b:   il pianeta che assomiglia alla Terra Kepler-20e e Kepler 20f sono due fratelli adottivi della Terra. Rocciosi e pro...

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venerdì 4 maggio 2012

Lo squalo





Lo squalo è uno dei più affascinanti abitatori del mondo sottomarino, da sempre temuto e considerato un feroce aggressore. Il suo aspetto è piuttosto sinistro, con la bocca semicircolare volta all’indietro, gli occhi fissi e le grandi pinne anteriori rigide, con le quali sembra planare.
Quando comunemente si pensa allo squalo, una delle prime immagini che ci vengono in mente, è quella errata di un animale assetato di sangue. Purtroppo questa idea ci viene dalla disinformazione che il cinema ci ha dato dalla fine degli anni 70 con numerosi film di successo e che ha dato vita ad una cattiva concezione dell’animale.

Ma cerchiamo un attimo di capire davvero cosa sia uno squalo:


gli squali insieme alle razze ed alle chimere appartengono al gruppo dei Condroitti nei quali troviamo tutti quei pesci dotati di scheletro cartilagineo il quale gli conferisce leggerezza e galleggiabilità, difatti questi animali o almeno la maggior parte, sono sprovvisti di vescica natatoria che è un organo idrostatico che serve a regolare la profondità.
In Italia sono stati censite poco più di 70 specie di Condroitti di cui 42 di squali. L’uomo non rientra tra le loro prede potenziali e  dal 1926 ad oggi sono stati documentati 13 attacchi da parte degli squali di cui solo pochissimi mortali.
Lo squalo attacca l’uomo molto di rado ed il motivo non è molto chiaro, in generale i grandi predatori prediligono attaccare prede in difficoltà, e l’uomo nell’ambiente marino certamente è un pesce fuor d’acqua, difatti il suo nuoto è sicuramente molto lento, affannoso e rumoroso rispetto a quello di un pesce, per cui agli occhi dello squalo può sembrar una preda facile; un altro motivo è che lo squalo percepisce la presenza di sangue anche a distanze notevolissime e ne è fortemente attirato; un altro ancora è la scarsità del loro cibo abituale causato dall’uomo che sovrasfruttando i mari con la pesca intensiva va ad intaccare le loro riserve abituali di nutrimento, facendo si che lo squalo affamato attacchi qualsiasi cosa gli capiti a tiro.
Come già detto in precedenza, gli squali sono animali meravigliosi di cui ci si potrebbe parlare per ore e ore senza mai annoiarsi, basta citare alcune curiosità a riguardo, per esempio molti squali hanno bisogno continuamente di muoversi per respirare poiché non hanno un efficiente apparato respiratore; siccome hanno una forte e costante usura dei denti, ne cambiano in continuazione, e si stima che nell’arco della vita possano produrne più di 20000; oltre ai 5 sensi che tutti noi abbiamo gli squali ne hanno 2 in più, uno capace di percepire onde di pressione nell’acqua per percepire anche piccoli spostamenti, ed uno che gli consente di localizzare campi elettrici generati da altri animali, capacità che gli consente di cacciare prede anche sotto la sabbia; gli squali non possono nuotare all’indietro poiché le loro pinne pettorali non gli consentono questo tipo di movimento.
Attualmente la stragrande maggioranza degli squali sono a rischio estinzione, in alcune specie sono stati registrati decrementi delle popolazioni di circa il 90% e la loro estinzione porterebbe stravolgimenti inimmaginabili negli ecosistemi marini che sono già sull’orlo del collasso.
Le pinne di squalo in molte zone del’Asia sono ritenute una prelibatezza, e molto spesso i pescatori catturano gli esemplari, tagliandone le pinne e rigettandoli in mare condannandoli ad una fine orribile.
Purtroppo l’Italia si merita il triste primato per la cattura di squali nelle acque del mediterraneo dove non esiste una normativa davvero funzionale che possa limitare la loro cattura, basti pensare che molti italiani mangiano inconsapevolmente carne di squalo non sapendo che la verdesca, il pesce palombo, lo smeriglio ed il gattuccio sono appunto squali.

 
LA VERDESCA
Nome scientifico: Prionace Glauca
Famiglia: Carcharhinidae
Ordine: Carcharhiniformes
Classe: Chondrichthyes
Sottoclasse: Elasmobranchii
Stato di conservazione: Prossimo alla minaccia
La Verdesca, o squalo blu, è l’unica specie del genere Prionace ed appartenente alla famiglia dei Carcarinidi.
E’ uno dei pochi squali conosciuti ad essere diffusi praticamente in tutti i mari temperati, tropicali e subtropicali del pianeta, in acque pelagiche ma anche costiere.
Lunga fino a 4 metri e pesante fino a 200 kg, la verdesca ha un corpo allungato, idrodinamico, con testa appuntita e muso aguzzo. Gli occhi sono scuri, grandi e tondi, circondati da un piccolo anello di color bianco e dotati di membrana nittitante. La bocca è grande, provvista di forti denti triangolari. Le pinne pettorali sono lunghe e strette, le altre pinne corte e appuntite. La coda è formata da due lobi, il superiore è lungo 4 volte l’inferiore.
La colorazione è caratteristica: il dorso è di color blu indaco, quasi brillante, i fianchi e la coda sono blu-grigi, mentre il ventre è di un bianco molto marcato.
E’ uno squalo diffuso in tutti i mari temperati, tropicali e subtropicali, sia in acque costiere che distanti dalla costa. Effettua migrazioni verso le acque più fredde in estate. Era comune nel Mar Mediterraneo, soprattutto in Adriatico, oggi è a rischio di estinzione come quasi tutte le specie di squali.
La verdesca è considerato uno squalo potenzialmente pericoloso per l’uomo, anche se nelle “classifiche degli squali pericolosi” risulta tra gli ultimi posti. E’ la curiosità di questo pesce, verso ciò che accade intorno a lui, che può farlo avvicinare e creare situazioni rischiose, anche se gli attacchi non provocati sono rari. Sembra che questa specie sia più docile e calma durante il giorno, mentre nel tardo pomeriggio, quando in acqua diminuisce la luminosità, diventa più curiosa e tenace, avvicinandosi anche alle coste. Si tratta comunque di uno squalo molto prudente, che prima di attaccare aggira la preda con circospezione.
L’accoppiamento è cruento: il maschio morde ripetutamente la femmina. Da alcuni studi sembra che esso non possa portare a termine l’accoppiamento senza questo pericoloso rituale. L’evoluzione ha portato quindi la femmina ad avere sul dorso la pelle spessa 3 volte quella del maschio.
La verdesca è vivipara placentata e la gestazione dura tra i 9 e i 12 mesi. Al momento del parto i piccoli possono andare da un numero di 4 fino a 135 (anche se in media sono 50-60) con una lunghezza di 35-50 cm. Il numero dei piccoli cresce in base alle dimensioni della femmina che li partorisce. Gli esemplari entrano in età riproduttiva a 4-6 anni di vita.
La verdesca è capace di raggiungere elevate velocità in acqua ma normalmente si muove con andatura molto ridotta, minore di 2 km/h, e non ama nemmeno cacciare prede particolarmente veloci. Si riunisce in grande numero quando ci sono grandi quantità di cibo a disposizione, come carcasse galleggianti di balene e resti di mammiferi marini, mentre durante gli altri momenti della sua vita è un animale piuttosto solitario.
La sua dieta consiste inoltre di: cefalopodi (seppie e calamari), piccoli pesci (anche di fondale),pesce azzurro, invertebrati, uova di pesce pelagico ed uccelli marini. 
A sua volta è predato dallo squalo bianco, dallo squalo mako e soprattutto dall’uomo: la verdesca è lo squalo maggiormente sottoposto alla pressione della pesca commerciale, ogni anno, infatti, circa 20 milioni di esemplari vengono catturati ed uccisi. Il motivo principale delle catture è legato all’utilizzo delle pinne per realizzare la “zuppa di pinne di squalo” molto richiesta dal mercato asiatico. Non bisogna dimenticare che la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha inserito la carne di squalo tra gli alimenti che bambini e donne incinte dovrebbero evitare di mangiare, a causa dei rischi di intossicazione da mercurio ed altri metalli pesanti.
Il suo fegato è utilizzato per estrarre olio mentre la sua pelle per l’abbigliamento.
Per la conservazione della specie, lo stato è considerato “prossimo alla minaccia”.

il Palombo
Nome Scientifico: Mustelus mustelus

Famiglia: Triakidae

Ordine: Carcharhiniformes 
Classe: Chondrichthyes
Sottoclasse: Elasmobranchii
Stato di conservazione:Vulnerabile
Squalo appartenente alla famiglia dei Triachidi, il Palombo è un piccolo squalo che raggiunge lunghezze sopra ai due metri.
Ha un corpo affusolato, una grande pinna caudale sul dorso, cinque fessure branchiali, la pelle liscia ed una colorazione di solito uniforme grigia o grigio-bruna sul dorso e bianca sul ventre. Esiste solo una tipologia di palombo che presenta delle chiazze sul corpo più o meno scure ed è quella del palombo stellato (Mustelus asterias).
È viviparoe gli embrioni hanno una placenta vitellina.
E’ uno squalo innocuo per l’uomo, anzi è molto socievole.  
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Il palombo è un pesce diffuso in tutto il Mediterraneo, nel Mare del Nord e nell’Oceano Atlantico orientale, sulle coste che vanno dall’Irlanda alle isole Azzorre. Predilige i fondali fangosi e arenosi e nuota a medie profondità, fino a 600 m. Si nutre principalmente di crostacei, cefalopodi e aringhe.
La pesca al palombo è effettuata con reti a strascico, con palancari e con tremagli. La maggior parte delle catture avviene in Sicilia. Il suo stato di conservazione è stato dichiarato vulnerabile secondo la lista rossa delle specie minacciate dello IUCN. È reperibile durante tutto l’anno.
Le carni del palombo sono molto apprezzate. Tra tutti gli squaliformi è senza dubbio il più gustoso e spesso accade che altri pesci di specie simili, per esempio lo smeriglio, vengano spacciati per palombo, cosa assai semplice da realizzare visto che il palombo viene immesso sul mercato già a fette.
Bisogna imparare a riconoscerlo dal fatto che è totalmente privo di lische ed ha una colonna vertebrale a forma di croce con bracci frastagliati. Ovviamente non tutti i pescivendoli hanno questa tendenza a voler ‘fregare’ i clienti e non è escluso che lo si trovi in vendita intero.
In alcune preparazioni, il palombo può essere usato per sostituire il più pregiato e costoso pesce spada.
Nei paesi mediterranei, la maggior parte degli squali è messa in commercio sotto nomi scorretti, solitamente come palombo. In alcuni paesi, ad esempio in Italia, questa situazione sta cambiando grazie a nuovi regolamenti del commercio ittico. Tuttavia, la parola “squalo” non viene quasi mai utilizzata e la maggioranza degli acquirenti continua a consumare carne di squalo senza in realtà sapere cosa stia mangiando.

 lo smeriglio
Nome Scientifico: Lamna Nasus
Famiglia: Lamnidae
Ordine: Lamniformes
Classe: Chondrichthyes
Sottoclasse: Elasmobranchii
Stato di conservazione:Vulnerabile
Conosciuto anche con il nome di “vitella di mare”, lo smeriglio con i suoi 3.6 metri, è lo squalo più piccolo dei Lamnidi.
E’ un nuotatore molto efficace, che preferisce acque abbastanza fredde, in genere sotto i 18° C. E’ distribuito un po’ ovunque, non solo nei mari più disparati, ma anche lungo la colonna d’acqua, lo si può incontrare in superficie e poi giù fino a profondità oltre i 370 metri. Predatore molto attivo, ha denti piccoli e appuntiti, di cui si serve per catturare un’ampia varietà di prede, in particolare pesci come sgombri, sardine, merluzzi, calamari ma anche altri squali come gattucci e cagnesche.
In Adriatico è presente, anche se difficilmente possiamo considerarlo comune. In effetti le catture di smeriglio sono abbastanza rare.
Sulle coste italiane dell’Adriatico si contano poco più di una dozzina fra catture e avvistamenti negli ultimi anni (dal 2000 in poi). Si tratta di esemplari di dimensioni in media attorno ai 160 cm, con un esemplare molto piccolo di sesso femminile catturato a San Benedetto del Tronto nel luglio del 2001 che misurava solo 91 cm. Uno più grande invece, stimato attorno ai 2,5 m è stato catturato e filmato nel dicembre del 2001 a Pescara. Da rimarcare i tre esemplari catturati a Cesenatico nel luglio del 2001 e identificati al… mercato ittico di Milano,e la cattura nell’estate del 2000 di un maschio di 152 cm, tuttora conservato in formalina presso il Laboratorio di biologia marina di Fano.
Caratteristico è il fatto che, per riuscire a respirare, deve nuotare costantemente.
Possiede un corpo molto tozzo e panciuto, con muso appiattito, dotato di denti a pugnale molto acuminati, con una grande cuspide centrale e due piccole laterali, senza bordo seghettato. Il colore è nero ardesia sul dorso e bianco sul ventre.
Pesce a sangue caldo, grazie alla sua capacità di convertire la forza muscolare, l’attività fisica, in calore, riscalda il sangue, ottenendo una temperatura anche di una decina di gradi superiore a quella dell’ambiente esterno.
E’ considerato uno squalo pericoloso per l’uomo.
In Europa, la carne di smeriglio è tra le carni di squalo più preziose, soprattutto in Francia; la carne di spinarolo è più diffusa, riscontrata regolarmente nelle botteghe britanniche di “fish & chips”.
In Italia lo smeriglio si trova in commercio quasi sempre congelato o essiccato poiché viene pescato principalmente nei mari del nord. Viene venduto solitamente a tranci e le sue carni sono tenere di discreto sapore, molto più simile alla carne bianca che al pesce.
La popolazione di smerigli del Mediterraneo, nella Lista Rossa della IUCN delle specie in pericolo, è stata catalogata, nel 2005, come Critically Endangered, cioè seriamente in pericolo. Viene classificato come vulnerabile a livello mondiale, ma è a rischio critico di estinzione nel nord-est e in via di estinzione nel nord-ovest dell’Atlantico.



Squalo Elefante

Nome scientifico: Cetorhinus Maximus
Famiglia: Cetorhinidae
Ordine: Lamniformes
Classe: Chondrichthyes
Sottoclasse: Elasmobranchii
Stato di conservazione: Minacciato e protetto (Elenco CITES) 
Unico rappresentante della famiglia Cetorhinidae, è il secondo pesce esistente più grande al mondo, dopo lo (rinchodon typus) – generalmente tra i 12 e i 15 metri per un peso pari a 10 tonnellate.
Le forme, nonostante la mole, sono abbastanza affusolate ed eleganti. La coda falcata, è assai ampia.  E’ di colore grigio, più scuro, fino al bruno-nerastro, sul dorso e con il ventre più chiaro; ha fessure branchiali enormi. Lungo muso conico, con bocca enorme e mascelle munite di numerosi piccoli denti. Le pinne sono di dimensioni variabili: nel maschio le ventrali sono modificate e fungono da organo copulatore. La prima pinna dorsale è alta e triangolare, la seconda pinna dorsale è molto piccola ed arretrata.
Diffuso in quasi tutti i mari temperati, lo squalo elefante vive anche nel Mar Mediterraneo; le zone nelle quali è però più frequente sono quelle settentrionali dell’Oceano Atlantico.Vive in mare aperto e nelle acque costiere, cui si avvicina spesso, frequentando anche baie e foci dei fiumi; compie lunghe migrazioni stagionali per la ricerca di plancton.
Questo grande squalo si nutre di plancton, un insieme di alghe e animali minuscoli. E’ proprio questo tipo di cibo, reperibile in grande quantità e con poco sforzo, a rendere possibile una mole gigantesca. Gli squali elefante si nutrono nuotando appena al di sotto della superficie dell’acqua. Tengono la bocca spalancata, lasciando che l’acqua entri nella bocca attraverso le branchie e ne fuoriesca attraverso grosse e lunghe fessure branchiali. Per nutrirsi si serve di un interessante apparato di cui la natura lo ha fornito. Sugli archi branchiali infatti porta numerosissimi filamenti chiamati branchicteni; lunghi una decina di centimetri, la cui funzione è quella di filtrare l’acqua marina fermando il plancton.
In media, lo stomaco di uno di questi pesci può contenere mezza tonnellata tra uova, piccoli di pesci e larve di crostacei.
Questo pesce, nonostante i divieti vigenti in numerosi paesi, viene talvolta ancora catturato, non tanto per le sue carni quanto per la notevole quantità di olio che può essere estratta dal suo fegato, che corrisponde al 25% del peso complessivo. L’olio di fegato è una sostanza a bassa densità che consente allo squalo di galleggiare facilmente.
In Islanda la sua carne è usata per preparare il hàkarl conosciuto come “squalo putrefatto”. Capita con una certa frequenza che lo squalo elefante resti impigliato nelle reti da posta, per questo motivo non sono rari i ritrovamenti di carcasse di questi esemplari lungo le coste.
Il Cetorino è innocuo per l’uomo ma talvolta può essere pericoloso se attaccato e per la sua mole in acqua c’è da stare comunque attenti: un danno che questo animale può provocare all’uomo sono le abrasioni dovute al contatto con la sua pelle, ruvida come la carta vetrata, ma non è uno squalo aggressivo.
Lo squalo elefante sembra essere attualmente la specie più a rischio tra tutti gli squali ed è stata iscritta nell’elenco delle specie a rischio della IUCN (International Union for Conservation of Nature). Inoltre è stata inserita nella lista delle specie da proteggere ai sensi della Convenzione di Barcellona. Ancora oggi, tuttavia, diversi squali elefanti restano vittime di catture accidentali con attrezzi da pesca quali i palangari, le reti derivanti e quelle a strascico, e le tonnare. Un’altra causa di morte è dovuta alla collisione con le imbarcazioni a motore, che dovrebbero fare molta attenzione a non avvicinarsi troppo agli animali, per non ferirli.

A questo punto è lecito chiedersi: gli squali sono pericolosi per l’uomo, 

o è l’uomo ad esser pericoloso per loro?



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