venerdì 19 novembre 2010

Ipazia, storia della prima scienziata vittima del fondamentalismo religioso


Ipazia,
storia della prima scienziata
vittima del fondamentalismo religioso



Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo la prefazione di Margherita Hack al libro "IPAZIA. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo d.c." di Antonio Colavito e Adriano Petta (La Lepre Edizioni), in libreria dal 20 ottobre.

di Margherita Hack

In questo romanzo storico si ricostruisce l’ambiente e l’epoca in cui ha vissuto la prima donna scienziata la cui vita ed opere ci sono state tramandate da numerose testimonianze. Gli autori hanno fatto ricorso a una ricchissima bibliografia, che permette di far emergere dalla lontananza di 16 secoli questa figura di giovane donna in tutti i suoi aspetti umani, privati e pubblici, la sua vita quotidiana, i suoi dialoghi con la gente comune, con i suoi allievi, con gli scienziati.

Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C., figlia del matematico Teone. Fu barbaramente assassinata nel marzo del 415, vittima del fondamentalismo religioso che vedeva in lei una nemica del cristianesimo, forse per la sua amicizia con il prefetto romano Oreste che era nemico politico di Cirillo, vescovo di Alessandria.

Malgrado l’amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide, che seguiva le sue lezioni, i fondamentalisti temevano che la sua filosofia neoplatonica e la sua libertà di pensiero avessero un’influenza pagana sulla comunità cristiana di Alessandria.

L’assassinio di Ipazia è stato un altro atroce episodio di quel ripudio della cultura e della scienza che aveva causato molto tempo prima della sua nascita, nel III secolo dopo Cristo, la distruzione della straordinaria biblioteca alessandrina, che si dice contenesse qualcosa come 500.000 volumi, bruciata dai soldati romani e poi, successivamente, il saccheggio della biblioteca di Serapide. Dei suoi scritti non è rimasto niente; invece sono rimaste le lettere di Sinesio che la consultava a proposito della costruzione di un astrolabio e un idroscopio.

Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria e cominciò il declino di quella città divenuta un famoso centro della cultura antica, di cui era simbolo la grandiosa biblioteca. Il ritratto che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, grande eloquenza, capo riconosciuto della scuola neoplatonica alessandrina.

Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione.Tanti altri martiri sono stati orrendamente torturati e uccisi. Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno fu mandato al rogo per eresia, lui che scriveva: «Esistono innumerevoli soli; innumerevoli terre ruotano attorno a questi, similmente a come i sette pianeti ruotano attorno al nostro Sole. Questi mondi sono abitati da esseri viventi». Galileo, convinto sostenitore della teoria copernicana, indirettamente provata dalla sua scoperta dei quattro maggiori satelliti di Giove, fu costretto ad abiurare.

Il fondamentalismo non è morto. Ancora oggi si uccide e ci si fa uccidere in nome della religione. Anche nei nostri civili e materialistici paesi industrializzati avvengono assurde manifestazioni di oscurantismo, come in alcuni stati della civilissima America in cui si proibisce di insegnare nelle scuole la teoria dell’evoluzione di Darwin e si impone l’insegnamento del creazionismo. Su questa strada di ritorno al Medioevo si è messa anche la nostra ministra dell’Istruzione (o dovremmo dire della distruzione?) tentando di cancellare la teoria darwiniana dalle scuole elementari e medie. Perché? Per ignoranza? Per accontentare una Chiesa cattolica che non mi sembra ingaggi più queste battaglie perse in partenza.

Questa storia romanzata ma vera di Ipazia ci insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione, il disprezzo per la scienza. È una lezione da non dimenticare, è un libro che tutti dovrebbero leggere.

Di seguito il trailer del film Agorà, il kolossal del regista spagnolo Amenabar incentrato sulla figura di Ipazia.




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venerdì 12 novembre 2010

SALUTE - BENESSERE: AIDS , funziona il vaccino della Ensoli “Pazienti ...



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SALUTE - BENESSERE: AIDS , funziona il vaccino della Ensoli “Pazienti ...: ". AIDS , funziona il vaccino della Ensoli “Pazienti tornati alla normalità” . . I risultati dei test effettuati su 87 malati che co..."

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sabato 6 novembre 2010

Le migrazioni, generate da fattori biologici e da condizioni culturali




Le migrazioni


La specie umana, nella sua lunga storia iniziata alcuni milioni di anni fa, con le forme primitive di Homo habilis e Homo erectus, manifesta subito una forte propensione alla migrazione, cioè a spostarsi dai luoghi di origine per andare alla ricerca di nuovi territori. Le migrazioni, generate da fattori biologici e da condizioni culturali, producono esse stesse effetti culturali ma soprattutto biologici, levigando le differenze genetiche fino a portare alla formazione di un’unica specie umana su tutto il pianeta.

Possiamo quindi affermare che sono state le grandi migrazioni dell’antichità ad omogeneizzare la nostra specie e, in una certa misura, anche ad accelerarne l’organizzazione sociale che, senza i condizionamenti apportati dalle migrazioni, si sarebbe evoluta molto più lentamente.
È bene comprendere questo fenomeno dal punto di vista Antropologico, altrimenti non risulterebbe chiaro come e perché oggi accade esattamente quello che sta accadendo da milioni di anni: si emigra, sempre… anche quando stiamo fermi.

La complessità del fenomeno migratorio discende quindi da qualcosa di molto semplice, perché non si potrà certo dire che un viaggio, di per sé, sia necessariamente complicato!
Eppure il fenomeno migratorio non è mai un atto innocente, perché il viaggio in questione mette in gioco sempre due motivazioni contrapposte: la disperazione e la speranza. Un immigrato vivrà perennemente un equilibrio precario tra questi due sentimenti. Questa situazione mentale è mirabilmente espressa da una antropologa, Giulia Kristeva, nel suo testo “Stranieri a se stessi“, quando afferma che l’immigrato è uno che fa l’amore con un’assenza (Kristeva J., 1990:54).
Lo spettro dell’emigrazione in effetti inquieta gli uomini, proiettando in essi la paura dello sradicamento, della scissione e della solitudine. I versi di Dante sulla durezza dell’esilio, “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente“, testimoniano questa atavica consapevolezza, cioè quella della sofferenza di chi è costretto dal destino a vivere lontano dalla propria terra d’origine. Per ogni uomo la terra d’origine conserva lo scrigno della propria identità sociale e culturale, perché ne custodisce gli affetti e le aspirazioni più profonde. E non è in fondo questa l’amara condizione dello stesso Ulisse, colui che più di tutti incarna il mito dell’Uomo errante?

Però oggi, la condizione del migrante sembra quasi stridere con il dinamismo di una società globalizzata, in cui le possibilità di comunicazione e di spostamento si sono enormemente ampliate, offrendo spesso la possibilità di ritornare da dove si è partiti. Viviamo in un mondo in cui le barriere spazio-temporali sembrano eliminate dal poderoso progresso tecnologico. Però, anche se le distanze chilometriche sono annullate o quasi, restano ben vive distanze più intime e meno misurabili, resta la dimensione del disagio e della solitudine per chiunque viva la propria esistenza come un’esclusione oppure un’isola sociale.
Se volessimo enucleare le tipologie degli atteggiamenti mentali che attualmente si riscontrano nella nostra società, e che sono comunque tipiche dell’umanità in generale e di tutti tempi, in materia di immigrazione, potremmo ridurle sinteticamente a tre:

a) L’esaltazione positiva, incondizionata e senza riserve, dell’incontro fra immigrati e popolazione di accoglienza, avvalorando tale esaltazione in nome del potenziale e reciproco arricchimento culturale. È la posizione che si esprime, nelle sue punte più estreme, in un elogio del meticciato, i cui fondamenti ideologico-mentali risiedono nei postulati di cosmopolitismo e di individualismo.

b) Il rifiuto del contatto e dello scambio, basato su due rappresentazioni assai diverse, anche se spesso strategicamente convergenti, dell’Altro oppure dell’Alieno. Ora, esso è inferiore e sottoposto a comportamenti di sopraffazione e di dominio (sono le forme di razzismo consapevole e dichiarato, esibite dagli skinheads e da altri gruppi sociali consimili), ora è solo il diverso, lo sconosciuto che incute timore ed apprensione, oggetto di discriminazioni frutto di proprie insicurezze (questa è l’immagine prevalente, come numerose ricerche dimostrano, fra gli elettori dei maggiori partiti xenofobi, a partire dal Front National Francaise). Uninsieme dei due atteggiamenti è stato tipico dell’apartheid sudafricano.

c) L’accettazione pragmatica del fenomeno, che, senza scadere incontrapposti eccessi di giudizio etico-politico e morale, mira a controllarne la portata per organizzarne le forme sociali e culturali. Si tratta in effetti della posizione secondo cui una parte del flusso migratorio di questi ultimi venticinque anni si debba considerare definitiva. Come è esattamente accaduto, fra Ottocento e primi decenni del Novecento, con i numerosi gruppi etnici europei, che si sono sparsi fra ilVecchio continente, le Americhe e l’Australia. Ma questa posizione afferma nel contempo che esiste, in ogni società e cultura, una soglia di integrazione degli allogeni che, se varcata, induce turbative e disagi non controllabili.

È relativamente evidente che nell’atteggiamento di repulsione predomina una marcata incertezza (o carenza) di identità mentale e culturale di colui che se ne fa assertore. In effetti, il timore di veder contaminata la propria mente (considerata come il frutto di un funzionamento autonomo senza la presenza degli altri) dal contatto con chi ne esibisce una diversa è presente in coloro che non si percepiscono saldi nelle coordinate di riferimento culturali proprie, rivelando una fragilità mentale. In questo modo, l’immigrazione diviene il catalizzatore di insicurezze per gli autoctoni (Palidda S., 2000). Non è infatti casuale che le situazioni di maggiore tensione si creino in quartieri meno abbienti, oppure in presenza di nativi che appartengono a ceti sociali appena usciti da condizioni didifficoltà materiali e, a volte, dopo un lungo e difficile processo di integrazione culturale con il territorio in cui abitano. Nella mente di queste persone si realizza una percezione del presente direttamente legata al ricordo del proprio passato: si sentono minacciate nelle loro nuove erecenti sicurezze appena acquisite, proprio da coloro che vivono ancora una condizione da poco superata. Vi è dunque la paura che possano emergere zone oscure del proprio passato, e si crea così un gioco infinito di specchi, nei quali si proiettano inevitabilmente le insicurezze proprie su un popolo di immigrati.

In Europa sono sorti molti centri per rispondere al disagio psichico negli immigrati, che si sono spesso rapidamente trasformati in originali luoghi di ricerca. Da quanto appena detto, penso però che si dovrebbe in qualche misura cominciare ad interessarci di coloro che hanno paura dell’immigrato, del diverso e del nuovo, rispetto alla loro abitudine mentale che li rende sicuri solo nella tradizione del già visto, già fatto e già compreso. In altre parole penso, che oggi, anche nella nostra nazione, si dovrebbe richiedere, per gli italiani cosiddetti normali ma razzisti, l’intervento dell’etnopsichiatria.
Con questo non voglio assolutamente affermare che il processo migratorio debba essere lasciato al caso, senza nessun controllo da parte dello Stato ospitante, come non voglio negare il diritto di affermare la propria identità religiosa e culturale del gruppo ospitante. Voglio però fornire un aiuto di tipo mentale a coloro che trovano difficoltà a rapportarsi con il diverso perché lo percepiscono comunque e sempre pericoloso. Sono infatti convinto che questo atteggiamento mentale verso l’immigrazione è solo una fattispecie di un atteggiamento mentale più generale che teme la novità, da qualsiasi parte provenga e indipendentemente da coloro che la propongono.
Il modello di etnopsichiatria fa riferimento al concetto di culture come luoghi di conflitto e di cambiamento, di rapporti di forza oltre che disenso, non solo dunque come aggregati omogenei di ideologie, lingue e costumi. L’etnopsichiatria può così situarsi in quello spazio dinamico di conflitto e di trasformazione, che l’incontro fra culture e società genera, anche partendo dai processi migratori. Con essa si può giungere, attraverso le vie della clinica e della ricerca, a definire modalità più efficaci per intervenire tanto sul disagio dei singoli immigrati quanto su quello dei gruppi autoctoni.
Proprio in quest’ottica, ho definito l’atteggiamento mentale di chiusura verso l’esterno una sorta di autismo culturale (Bertirotti A., Larosa A.,2005). Anche se questo atteggiamento rivela una forma antica di frammentazione delle esperienze culturali, che sopravvive alimentata dalla paura dell’altro, dal timore di essere distrutti, annientati, dispersi nel confronto con la diversità altrui, si deve anche riconoscere che in esso abita un naturale istinto di conservazione della specie, che dobbiamo in qualche modo rispettare e tutelare nella sostanza.
La difesa delle singole identità, mantenere tali elementi distintivi, è in effetti la condizione essenziale del dialogo e dello scambio fra popoli e di individui di diversa origine culturale. In questa prospettiva la differenza non viene interpretata come una diversità di valore, che richiamerebbe una gerarchia e presupporrebbe un giudizio, ma come una specificità di valore.
L’interculturalità diventa dunque un programma di lavoro che occorre prefiggersi.
Con il termine multiculturalità si attesta soltanto che su un dato spazio convivono, più o meno pacificamente, diverse etnie e culture (quindi un dato, un fatto: la risultante naturale dell’immigrazione e della mobilità geografica). L’interculturalità è invece un’ipotesi di elaborazione del dato multiculturale, che nasce dal bisogno e dalla volontà di avviare un dialogotra le culture presenti, per realizzare con successo la loro reciproca fecondazione.
Questa ipotesi appare, ed è utile precisarlo, l’unica in grado di garantire una pace durevole, e non semplicemente armistizi precari, perché stimola un lavoro continuo e cumula scambi di contenuti, comprensione e tenerezza. L’ interculturalità è, rispetto alla multiculturalità, un po’ come è la mente rispetto alla realtà: la realtà è preesistente, ma la mente la crea, la classifica e la mette in ordine, opera confronti, valutazioni, mescolanze, individua dei legami, identifica i punti di intersezione. L’ipotesi interculturale, così come la mente, consente di capire la realtà multiculturale e di intervenire su di essa con un progetto esistenziale permanente e comune.
Anche se diverse e spesso addirittura contrapposte per definizione, le culture del mondo non hanno mai smesso di studiarsi, di meravigliarsi a vicenda, di imparare le une dalle altre attraverso le molteplici forme dello scambio, dal conflitto alla seduzione. E ciò è possibile ancora perché, in fondo, ogni singola cultura è solo una delle possibili risposte, sempre parziali e pertanto in divenire, alla domanda di significato che sorge dall’enigma Homo, al bisogno di esaminane il suo mistero secondo molte prospettive.

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Alessandro Bertirotti

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mercoledì 3 novembre 2010

Cancro: scoperta la perforina, proteina che distrugge i tumori




Si chiama perforina, ed è la proteina in grado di aprire nuove strade per sconfiggere tumori e altre patologie come diabete e malaria: è stata scoperta recentemente da un team di ricercatori australiani e britannici coordinati dal professor James Whisstock della Monash University di Melbourne.


La proteina in questione, è stata individuata grazie a dei potenti microscopi con i quali si è potuto osservare il suo particolare funzionamento e la sua struttura molecolare, descritta sulle pagine del magazine specializzato “Nature’’. A quanto pare, la perforina, una volta entrata in funzione, prende di mira proprio le cellule cancerogene o affette dal virus, liberando degli enzimi tossici che le distruggono dall’interno.

Whisstock l’ha definita come un’arma del nostro organismo che fa pulizia. Ora che la si conosce, si può finalmente cominciare a pensare ad un’innovativa terapia per la cura definitiva del cancro. In realtà, la ricerca ha avuto inizio ben dieci anni fa e ha colmato e infine concluso le osservazioni fatte precedentemente del premio Nobel, Jules Bordet.

Durante questo arco di tempo, gli esperti hanno avuto modo di capire appieno le caratteristiche della potente proteina utilizzando specifiche strumentazioni all’avanguardia del Birbeck College di Londra. Inoltre, la perforina scongiurerebbe l’insorgere dei disturbi accusati dai pazienti in seguito a trapianto.

Intanto, Rai e AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), saranno uniti fino al 7 novembre per sostenere la campagna di sensibilizzazione contro questo male che fino a pochi anni fa non lasciava scampo.


Scienziati australiani hanno scoperto come una proteina del sistema immunitario uccide le cellule anomale che causano il cancro, e sperano che l'importante passo avanti apra la strada a nuovi farmaci per combattere i tumori e altre malattie. I ricercatori dell'università Monash di Melbourne, con la collaborazione di colleghi del Birkbeck College di Londra, hanno osservato come la proteina detta perforina si inserisce nella membrana cellulare della cellula bersaglio, creando un poro e uccidendola. La perforina è un'arma fondamentale nel sistema immunitario umano, spiega l'immunologo James Whisstock, la cui ricerca è pubblicata sull'ultimo numero della rivista Nature. «Si inserisce nelle cellule infettate da virus o rese cancerogene e rilascia enzimi tossici che le distruggono dall'interno. Senza di esse il nostro sistema immunitario non può distruggere quelle cellule. Ora che conosciamo il meccanismo, possiamo cominciare a raffinarlo per combattere il cancro e malattie come la malaria e il diabete», scrive. È noto da tempo che il sistema immunitario funziona perforando la cellula nemica e avvelenandola. Ora è chiaro che è la perforina a svolgere tale compito. La sua mancanza in certe infezioni virali mette fuori uso il sistema immunitario. In una ricerca durata 10 anni, la struttura molecolare è stata rivelata con l'aiuto del sincrotrone australiano a Melbourne e dei potenti microscopi elettronici del Birkbeck College. Combinando la struttura dettagliata di un singola molecola di perforina con la ricostruzione sotto il microscopio elettronico di un gruppo di perforine che perforano una membrana modello, è stato possibile osservare come le perforine si assemblano per colpire. Nella prossima fase gli studiosi cercheranno di potenziare l'azione della perforina per assicurare una protezione più efficace dal cancro e per formulare trattamenti per malattie acute come la malaria cerebrale.

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martedì 2 novembre 2010

La plastica minaccia la fertilità maschile



La plastica minaccia la fertilità maschile

La plastica, oltre ad essere nociva per l’ambiente, rischia anche di compromettere la fertilità dell’uomo, mettendone in dubbio la virilità. Colpa del bisfenolo A (Bpa) - componente delle materie plastiche già sotto accusa per gli effetti negativi sulla salute, in particolare nei bambini per l'uso di biberon e ciucci - che influisce anche sulla qualità e quantità degli spermatozoi, secondo uno studio pubblicato su “Fertility and Sterility”. Questa ricerca è stata condotta controllando, per 5 anni, 514 operai che lavoravano in una fabbrica cinese. Nel corso dello studio i ricercatori hanno rilevato che nei maschi che avevano concentrazioni più elevate di Bpa nelle urine si moltiplicava il rischio di produrre sperma di cattiva qualità e di avere, di conseguenza, problemi di infertilità: «Rispetto a chi non presentava tracce della sostanza si triplicava, in pratica, la possibilità di una concentrazione più scarsa di spermatozoi e di una loro ridotta vitalità», spiega De-Kun Li, epidemiologo del Kaiser Permanente (consorzio privato di cure e assicurazione malattie) e principale autore dello studio. De-Kun Li aveva già firmato due studi sugli effetti del Bpa sull'organismo, rilevando già nei topi il rischio di infertilità maschile e, in uno studio del 2009, i danni sulla funzione sessuale di elevate concentrazioni della sostanza.


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