mercoledì 22 dicembre 2010

Il cervello matura a 50 anni ?


C'è speranza per tutti. È ciò che emerge da uno studio di ricercatori inglesi dello University College di Londra, i quali hanno scoperto che la corteccia prefrontale del nostro cervello subisce un'evoluzione progressiva anche oltre i 40 anni di età.
La ricerca dei neurologi britannici è stata presentata nel corso del British Neuroscience Christmas Symposium e riportata sulle pagine del quotidiano Daily Telegraph. La coordinatrice della ricerca Sarah-Jayne Blakemore sottolinea il cambiamento della corteccia prefrontale, ovvero dell'area del cervello legata ai rapporti sociali e alla capacità di prendere decisioni, anche in età adulta: “fino a 10 anni fa l'opinione diffusa era che il cervello terminasse il proprio sviluppo nei primi anni di vita. Ora invece grazie alle moderne tecniche di imaging sappiamo che questo non succede. L'area interessata è particolarmente importante, ed è in definitiva quella che ci rende umani”.Tutto ciò grazie alle conquiste tecnologiche avvenute in questo campo negli ultimi anni. Proprio con l'obiettivo di studiare al meglio le caratteristiche della corteccia prefrontale, un gruppo di ricercatori sta lavorando al progetto di un sistema in 3D per scovare gli indizi più piccoli di malfunzionamento neurologico e aiutare i medici a combattere malattie come l'Alzheimer, il Parkinson e altre gravi patologie. Il progetto prende il nome di Neuroprobes ed è finanziato dall'Unione Europea.
Lo studio è stato riportato sul notiziario europeo Cordis e ha già suscitato grande interesse in tutta la comunità scientifica internazionale. Il sistema multifunzionale Neuroprobes riesce a identificare e attivare le cellule cerebrali sia elettronicamente che chimicamente e si dimostra assai flessibile nell'utilizzo, essendo applicabile a diverse patologie cerebrali.
Rispetto alla risonanza magnetica tradizionale, i neurologi potranno ora studiare le varie zone della corteccia prefrontale e capire come sono collegate tra di loro. La corteccia prefrontale è la chiave di volta per comprendere la natura di disturbi del comportamento come la schizofrenia e il disturbo ossessivo compulsivo. Secondo Herc Neves, il coordinatore del progetto che lavora presso il Centro Interuniversitario di microelettronica di Leuven, in Belgio, Neuroprobes potrebbe disattivare chimicamente una zona del cervello e valutarne gli effetti sulle altre aree: “sappiamo bene quali aree del cervello sono implicate in questa o quella attività. Sappiamo perfino quali regioni relativamente piccole del cervello sono coinvolte in compiti di apprendimento e cognitivi. Ma rimane da capire il nesso fra l'attività regionale e quella a livello cellulare”.
Una delle qualità principali di Neuroprobes sarà di garantire al medico una diagnosi precisa prima di un eventuale intervento. Neves fa l'esempio di un paziente epilettico: “Un paziente sta per essere operato, e l'obiettivo è intaccare la minor quantità possibile di tessuto. Se si riesce a individuare con esattezza il punto in cui si genera l'attacco epilettico, si può rimuovere solo quella parte di tessuto. Ciò si traduce in un intervento chirurgico più sicuro e meno invasivo”. Secondo il prof. Giacomo Rizzolatti dell'Università degli Studi di Parma, il sistema in 3D potrebbe rivelare informazioni fondamentali anche sui cosiddetti neuroni specchio, ovvero quei neuroni che si attivano non soltanto quando compiamo un'azione, ma anche quando vediamo la stessa azione eseguita anche da altri. In tal senso, riuscire a capire meglio – grazie a Neuroprobes – i meccanismi che generano questo fenomeno potrebbe rivelarsi fondamentale per migliorare la conoscenza di patologie come l'autismo, ad esempio.
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sabato 4 dicembre 2010

Farmaci e danni genetici, la Bayer finisce in tribunale



Farmaci e danni genetici, la Bayer finisce in tribunale


Ci sono storie che una volta raccontate finiscono presto nel dimenticatoio, consumate in fretta dal meccanismo stesso del racconto che appena concluso fa già parte del passato. Altre storie, invece, sono destinate a correre nel tempo molto più a lungo, portatrici come sono di un’eco profonda che difficilmente si esaurisce una volta terminata la lettura. Rientrano in questa categoria vicende di lotte impari, come quella di un uomo disabile che ha deciso di sfidare un gigante farmaceutico, la Bayer Schering, per chiedere giustizia. Andrè Sommer, un insegnante che vive in Baviera, è il protagonista di questa storia ed accusa l'azienda di avergli provocato evidenti e gravi menomazioni dovute al test di gravidanza usato all'epoca da sua madre (molto diverso da quelli attuali).
L'uomo è nato nel 1975 con un grave handicap alla vescica e agli organi genitali e, dopo averne cercato le prove per molto tempo, è riuscito recentemente a venire a conoscenza di uno scambio di lettere interno al laboratorio della Schering, dove si evince che i ricercatori sapevano bene quel che facevano. Sommer oggi vuole che i fatti vengano chiariti in tribunale.
Ha ricevuto infatti la documentazione decisiva circa tre settimane fa: copie delle suddette lettere, in cui ricercatori britannici della citata casa farmaceutica si scambiavano pareri con i loro colleghi tedeschi circa gravi malformazioni infantili e possibili rischi legati a certi medicinali. In pratica le mamme di questi bambini nati malformati potrebbero aver assunto un test di gravidanza nocivo prodotto consapevolmente dal laboratorio berlinese quando ancora non c'erano i test urinari attuali. Le carte, che risalgono agli anni 1967-1969, testimonierebbero del resto come già all'epoca gli esperti s'interrogassero sulle possibili nefaste conseguenze del Duogynon/Primodos, vale a dire il prodotto che la mamma di Sommer utilizzò in modo inconsapevole sei anni dopo, nel 1975.

L'insegnante disabile tedesco vuole sapere "perché quei signori si scambiavano pareri tra di loro senza renderli pubblici", capire cioè se mamme e figli siano stati usati effettivamente come cavie dall'azienda.
E’ tramite l'articolo apparso il 25 Novembre sul settimanale tedesco Der Spiegel (e riportato in Italia dall’Aduc, l’Associazione no profit per i diritti degli utenti e dei consumatori) che apprendiamo come, in questi giorni, André Sommer abbia deciso di costituirsi contro la Bayer Schering Pharma Ag, presso la 7.ma sezione civile del Tribunale Regionale a Berlino.
Il suo è il primo processo intentato da una presunta vittima del Duogynon da quando, otto anni fa, il Governo tedesco ha modificato la legge sui farmaci per dare più forza giuridica ai possibili danneggiati. Ciò che risulta davvero clamoroso è che questa sua decisione di ricorrere al Tribunale Regionale ha funzionato da “campagna apripista”, poichè ulteriori e numerosi casi analoghi sono usciti allo scoperto a seguito della sua denuncia: vicende che dimostreranno se la recente apposita riforma del governo tedesco reggerà alla prova dei fatti.
Quella modifica legislativa venne promossa infatti per reagire ad un'altra lunga e penosa vicenda legata al Contergan: un sonnifero assunto in gravidanza da donne che partorirono figli disabili e che denunciarono, invano, il produttore (sebbene in pratica non sussistessero dubbi sui devastanti effetti collaterali del medicinale). Le vittime ottennero un indennizzo solo quando l'azienda decise spontaneamente di risarcirle.
Anche nella vicenda Duogynon finora non c’è stato alcun riconoscimento ufficiale di colpa da parte della casa farmaceutica in questione, dato che le procure hanno sempre archiviato le denunce sebbene le mamme colpite resero testimonianza pubblica e accusarono l'azienda già alla fine degli anni settanta.
Ad ogni modo, come dicevamo, dopo che il settimanale Der Spiegel la scorsa settimana ha riportato la vicenda di Sommer, decine di vittime sono uscite allo scoperto. Si tratta di persone con malformazioni agli arti, al cuore, all'addome, alla schiena e che avevano taciuto per anni: nell’elenco che Sommer ha pubblicato sul suo sito ne figurano oltre cento.
In questo momento i Parlamentari Verdi al Bundestag stanno chiedendo chiarimenti al Governo e il ministero della Sanità, pur non prendendo parte al contenzioso, auspica che i ricorrenti riescano a far valere le proprie ragioni. Le presunte vittime denunciano la società Schering, che nel frattempo è stata rilevata dalla concorrente Bayer, esigendo spiegazioni, chiedendo di vedere la documentazione sul Duogynon per denunciare e chiedere i danni alla Bayer Schering. Il legale Joerg Heynemann, che oltre a Sommer difende alcune decine di presunte vittime, sostiene infatti che deve essere una perizia a stabilire se quel test di gravidanza fosse innocuo o meno e scrive: "al di là del giudizio morale sulla procedura che evidentemente ha riguardato un buon numero di donne trattate con i campioni medici, gli imputati dovrebbero svelarne i risultati. Se allora fu adottato il sistema dei campioni medici gratuiti, è chiaro che venissero messi nel conto i possibili effetti negativi".
Perchè gli imputati non vogliono mostrare i risultati degli esperimenti? In tribunale andrà chiarito soprattutto il contenuto delle lettere giunte dalla Gran Bretagna. In una missiva del 13 dicembre 1967, cioè otto anni prima che la madre di Sommer prendesse il farmaco, un ricercatore scriveva: "la palese correlazione tra l'aumento di malformazioni congenite e la vendita del test di gravidanza appare piuttosto allarmante. Si tratta di un prodotto farmaceutico per donne incinte che incide sull'ambiente del feto e dunque dobbiamo essere estremamente prudenti". Come ha detto il legale di Sommer, la Bayer Schering dovrebbe mostrare "apertura e tolleranza" e "sedere ad un tavolo con le persone danneggiate".
Del resto è il minimo che potrebbe fare questa casa farmaceutica, qualora risultasse ufficialmente come unica responsabile di decine e decine di vite rovinate.

DI : Martina Lacerenza

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venerdì 3 dicembre 2010

La Nasa: scoperta la vita aliena


La Nasa: scoperto un batterio che dimostra 

l’esistenza della vita aliena

Può vivere in presenza di arsenico

Hanno trovato E.T?
Siamo vicini a incontrare i famosi omini verdi col naso a trombetta e le orecchie a punta? Forse non esattamente ma gli scienziati della Nasa hanno scoperto un batterio che potrebbe dimostrare l’esistenza degli alieni, ovvero di forme di vita su altri pianeti.
Il microbo – infatti – ha la straordinaria capacità di sopravvivere all’arsenico un elemento considerato incompatibile con la sopravvivenza di qualsiasi forma di vita sulla terra. L’incredibile scoperta – dicono i media britannici – concretizza la prospettiva che la vita possa esistere su altri pianeti dove non c’è fosforo nell’atmosfera.
La scoperta, ovviamente, è tanto clamorosa quanto deludente.
Per i cacciatori di marziani, infatti, sapere che gli alieni sono già tra noi, già sulla terra ma sotto la misera forma di invisibili microbi rischia di essere poco eccitante.
Eppure lil timore, il clamore e l’ansia prendono corpo ugualmente, tra gli ufologi.
Ragionevole, del resto: i piccoli microbi potrebbero essere un’avanguardia aliena, i primi esploratori extraterrestri sulla superficie del pianeta verde.
Il batterio resistente all’arsenico e capace di vivere senza fosforo è stato ritrovato nel Mono Lake, uno dei laghi del parco nazionale Yosemite in California.

Fonte utilizzata per la stesura di questo post:
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venerdì 19 novembre 2010

Ipazia, storia della prima scienziata vittima del fondamentalismo religioso


Ipazia,
storia della prima scienziata
vittima del fondamentalismo religioso



Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo la prefazione di Margherita Hack al libro "IPAZIA. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo d.c." di Antonio Colavito e Adriano Petta (La Lepre Edizioni), in libreria dal 20 ottobre.

di Margherita Hack

In questo romanzo storico si ricostruisce l’ambiente e l’epoca in cui ha vissuto la prima donna scienziata la cui vita ed opere ci sono state tramandate da numerose testimonianze. Gli autori hanno fatto ricorso a una ricchissima bibliografia, che permette di far emergere dalla lontananza di 16 secoli questa figura di giovane donna in tutti i suoi aspetti umani, privati e pubblici, la sua vita quotidiana, i suoi dialoghi con la gente comune, con i suoi allievi, con gli scienziati.

Ipazia era nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C., figlia del matematico Teone. Fu barbaramente assassinata nel marzo del 415, vittima del fondamentalismo religioso che vedeva in lei una nemica del cristianesimo, forse per la sua amicizia con il prefetto romano Oreste che era nemico politico di Cirillo, vescovo di Alessandria.

Malgrado l’amicizia con Sinesio, vescovo di Tolemaide, che seguiva le sue lezioni, i fondamentalisti temevano che la sua filosofia neoplatonica e la sua libertà di pensiero avessero un’influenza pagana sulla comunità cristiana di Alessandria.

L’assassinio di Ipazia è stato un altro atroce episodio di quel ripudio della cultura e della scienza che aveva causato molto tempo prima della sua nascita, nel III secolo dopo Cristo, la distruzione della straordinaria biblioteca alessandrina, che si dice contenesse qualcosa come 500.000 volumi, bruciata dai soldati romani e poi, successivamente, il saccheggio della biblioteca di Serapide. Dei suoi scritti non è rimasto niente; invece sono rimaste le lettere di Sinesio che la consultava a proposito della costruzione di un astrolabio e un idroscopio.

Dopo la sua morte molti dei suoi studenti lasciarono Alessandria e cominciò il declino di quella città divenuta un famoso centro della cultura antica, di cui era simbolo la grandiosa biblioteca. Il ritratto che ci è stato tramandato è di persona di rara modestia e bellezza, grande eloquenza, capo riconosciuto della scuola neoplatonica alessandrina.

Ipazia rappresenta il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione, per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenica. Con il suo sacrificio comincia quel lungo periodo oscuro in cui il fondamentalismo religioso tenta di soffocare la ragione.Tanti altri martiri sono stati orrendamente torturati e uccisi. Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno fu mandato al rogo per eresia, lui che scriveva: «Esistono innumerevoli soli; innumerevoli terre ruotano attorno a questi, similmente a come i sette pianeti ruotano attorno al nostro Sole. Questi mondi sono abitati da esseri viventi». Galileo, convinto sostenitore della teoria copernicana, indirettamente provata dalla sua scoperta dei quattro maggiori satelliti di Giove, fu costretto ad abiurare.

Il fondamentalismo non è morto. Ancora oggi si uccide e ci si fa uccidere in nome della religione. Anche nei nostri civili e materialistici paesi industrializzati avvengono assurde manifestazioni di oscurantismo, come in alcuni stati della civilissima America in cui si proibisce di insegnare nelle scuole la teoria dell’evoluzione di Darwin e si impone l’insegnamento del creazionismo. Su questa strada di ritorno al Medioevo si è messa anche la nostra ministra dell’Istruzione (o dovremmo dire della distruzione?) tentando di cancellare la teoria darwiniana dalle scuole elementari e medie. Perché? Per ignoranza? Per accontentare una Chiesa cattolica che non mi sembra ingaggi più queste battaglie perse in partenza.

Questa storia romanzata ma vera di Ipazia ci insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione, il disprezzo per la scienza. È una lezione da non dimenticare, è un libro che tutti dovrebbero leggere.

Di seguito il trailer del film Agorà, il kolossal del regista spagnolo Amenabar incentrato sulla figura di Ipazia.




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venerdì 12 novembre 2010

SALUTE - BENESSERE: AIDS , funziona il vaccino della Ensoli “Pazienti ...



leggi tutto qui ...

SALUTE - BENESSERE: AIDS , funziona il vaccino della Ensoli “Pazienti ...: ". AIDS , funziona il vaccino della Ensoli “Pazienti tornati alla normalità” . . I risultati dei test effettuati su 87 malati che co..."

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sabato 6 novembre 2010

Le migrazioni, generate da fattori biologici e da condizioni culturali




Le migrazioni


La specie umana, nella sua lunga storia iniziata alcuni milioni di anni fa, con le forme primitive di Homo habilis e Homo erectus, manifesta subito una forte propensione alla migrazione, cioè a spostarsi dai luoghi di origine per andare alla ricerca di nuovi territori. Le migrazioni, generate da fattori biologici e da condizioni culturali, producono esse stesse effetti culturali ma soprattutto biologici, levigando le differenze genetiche fino a portare alla formazione di un’unica specie umana su tutto il pianeta.

Possiamo quindi affermare che sono state le grandi migrazioni dell’antichità ad omogeneizzare la nostra specie e, in una certa misura, anche ad accelerarne l’organizzazione sociale che, senza i condizionamenti apportati dalle migrazioni, si sarebbe evoluta molto più lentamente.
È bene comprendere questo fenomeno dal punto di vista Antropologico, altrimenti non risulterebbe chiaro come e perché oggi accade esattamente quello che sta accadendo da milioni di anni: si emigra, sempre… anche quando stiamo fermi.

La complessità del fenomeno migratorio discende quindi da qualcosa di molto semplice, perché non si potrà certo dire che un viaggio, di per sé, sia necessariamente complicato!
Eppure il fenomeno migratorio non è mai un atto innocente, perché il viaggio in questione mette in gioco sempre due motivazioni contrapposte: la disperazione e la speranza. Un immigrato vivrà perennemente un equilibrio precario tra questi due sentimenti. Questa situazione mentale è mirabilmente espressa da una antropologa, Giulia Kristeva, nel suo testo “Stranieri a se stessi“, quando afferma che l’immigrato è uno che fa l’amore con un’assenza (Kristeva J., 1990:54).
Lo spettro dell’emigrazione in effetti inquieta gli uomini, proiettando in essi la paura dello sradicamento, della scissione e della solitudine. I versi di Dante sulla durezza dell’esilio, “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente“, testimoniano questa atavica consapevolezza, cioè quella della sofferenza di chi è costretto dal destino a vivere lontano dalla propria terra d’origine. Per ogni uomo la terra d’origine conserva lo scrigno della propria identità sociale e culturale, perché ne custodisce gli affetti e le aspirazioni più profonde. E non è in fondo questa l’amara condizione dello stesso Ulisse, colui che più di tutti incarna il mito dell’Uomo errante?

Però oggi, la condizione del migrante sembra quasi stridere con il dinamismo di una società globalizzata, in cui le possibilità di comunicazione e di spostamento si sono enormemente ampliate, offrendo spesso la possibilità di ritornare da dove si è partiti. Viviamo in un mondo in cui le barriere spazio-temporali sembrano eliminate dal poderoso progresso tecnologico. Però, anche se le distanze chilometriche sono annullate o quasi, restano ben vive distanze più intime e meno misurabili, resta la dimensione del disagio e della solitudine per chiunque viva la propria esistenza come un’esclusione oppure un’isola sociale.
Se volessimo enucleare le tipologie degli atteggiamenti mentali che attualmente si riscontrano nella nostra società, e che sono comunque tipiche dell’umanità in generale e di tutti tempi, in materia di immigrazione, potremmo ridurle sinteticamente a tre:

a) L’esaltazione positiva, incondizionata e senza riserve, dell’incontro fra immigrati e popolazione di accoglienza, avvalorando tale esaltazione in nome del potenziale e reciproco arricchimento culturale. È la posizione che si esprime, nelle sue punte più estreme, in un elogio del meticciato, i cui fondamenti ideologico-mentali risiedono nei postulati di cosmopolitismo e di individualismo.

b) Il rifiuto del contatto e dello scambio, basato su due rappresentazioni assai diverse, anche se spesso strategicamente convergenti, dell’Altro oppure dell’Alieno. Ora, esso è inferiore e sottoposto a comportamenti di sopraffazione e di dominio (sono le forme di razzismo consapevole e dichiarato, esibite dagli skinheads e da altri gruppi sociali consimili), ora è solo il diverso, lo sconosciuto che incute timore ed apprensione, oggetto di discriminazioni frutto di proprie insicurezze (questa è l’immagine prevalente, come numerose ricerche dimostrano, fra gli elettori dei maggiori partiti xenofobi, a partire dal Front National Francaise). Uninsieme dei due atteggiamenti è stato tipico dell’apartheid sudafricano.

c) L’accettazione pragmatica del fenomeno, che, senza scadere incontrapposti eccessi di giudizio etico-politico e morale, mira a controllarne la portata per organizzarne le forme sociali e culturali. Si tratta in effetti della posizione secondo cui una parte del flusso migratorio di questi ultimi venticinque anni si debba considerare definitiva. Come è esattamente accaduto, fra Ottocento e primi decenni del Novecento, con i numerosi gruppi etnici europei, che si sono sparsi fra ilVecchio continente, le Americhe e l’Australia. Ma questa posizione afferma nel contempo che esiste, in ogni società e cultura, una soglia di integrazione degli allogeni che, se varcata, induce turbative e disagi non controllabili.

È relativamente evidente che nell’atteggiamento di repulsione predomina una marcata incertezza (o carenza) di identità mentale e culturale di colui che se ne fa assertore. In effetti, il timore di veder contaminata la propria mente (considerata come il frutto di un funzionamento autonomo senza la presenza degli altri) dal contatto con chi ne esibisce una diversa è presente in coloro che non si percepiscono saldi nelle coordinate di riferimento culturali proprie, rivelando una fragilità mentale. In questo modo, l’immigrazione diviene il catalizzatore di insicurezze per gli autoctoni (Palidda S., 2000). Non è infatti casuale che le situazioni di maggiore tensione si creino in quartieri meno abbienti, oppure in presenza di nativi che appartengono a ceti sociali appena usciti da condizioni didifficoltà materiali e, a volte, dopo un lungo e difficile processo di integrazione culturale con il territorio in cui abitano. Nella mente di queste persone si realizza una percezione del presente direttamente legata al ricordo del proprio passato: si sentono minacciate nelle loro nuove erecenti sicurezze appena acquisite, proprio da coloro che vivono ancora una condizione da poco superata. Vi è dunque la paura che possano emergere zone oscure del proprio passato, e si crea così un gioco infinito di specchi, nei quali si proiettano inevitabilmente le insicurezze proprie su un popolo di immigrati.

In Europa sono sorti molti centri per rispondere al disagio psichico negli immigrati, che si sono spesso rapidamente trasformati in originali luoghi di ricerca. Da quanto appena detto, penso però che si dovrebbe in qualche misura cominciare ad interessarci di coloro che hanno paura dell’immigrato, del diverso e del nuovo, rispetto alla loro abitudine mentale che li rende sicuri solo nella tradizione del già visto, già fatto e già compreso. In altre parole penso, che oggi, anche nella nostra nazione, si dovrebbe richiedere, per gli italiani cosiddetti normali ma razzisti, l’intervento dell’etnopsichiatria.
Con questo non voglio assolutamente affermare che il processo migratorio debba essere lasciato al caso, senza nessun controllo da parte dello Stato ospitante, come non voglio negare il diritto di affermare la propria identità religiosa e culturale del gruppo ospitante. Voglio però fornire un aiuto di tipo mentale a coloro che trovano difficoltà a rapportarsi con il diverso perché lo percepiscono comunque e sempre pericoloso. Sono infatti convinto che questo atteggiamento mentale verso l’immigrazione è solo una fattispecie di un atteggiamento mentale più generale che teme la novità, da qualsiasi parte provenga e indipendentemente da coloro che la propongono.
Il modello di etnopsichiatria fa riferimento al concetto di culture come luoghi di conflitto e di cambiamento, di rapporti di forza oltre che disenso, non solo dunque come aggregati omogenei di ideologie, lingue e costumi. L’etnopsichiatria può così situarsi in quello spazio dinamico di conflitto e di trasformazione, che l’incontro fra culture e società genera, anche partendo dai processi migratori. Con essa si può giungere, attraverso le vie della clinica e della ricerca, a definire modalità più efficaci per intervenire tanto sul disagio dei singoli immigrati quanto su quello dei gruppi autoctoni.
Proprio in quest’ottica, ho definito l’atteggiamento mentale di chiusura verso l’esterno una sorta di autismo culturale (Bertirotti A., Larosa A.,2005). Anche se questo atteggiamento rivela una forma antica di frammentazione delle esperienze culturali, che sopravvive alimentata dalla paura dell’altro, dal timore di essere distrutti, annientati, dispersi nel confronto con la diversità altrui, si deve anche riconoscere che in esso abita un naturale istinto di conservazione della specie, che dobbiamo in qualche modo rispettare e tutelare nella sostanza.
La difesa delle singole identità, mantenere tali elementi distintivi, è in effetti la condizione essenziale del dialogo e dello scambio fra popoli e di individui di diversa origine culturale. In questa prospettiva la differenza non viene interpretata come una diversità di valore, che richiamerebbe una gerarchia e presupporrebbe un giudizio, ma come una specificità di valore.
L’interculturalità diventa dunque un programma di lavoro che occorre prefiggersi.
Con il termine multiculturalità si attesta soltanto che su un dato spazio convivono, più o meno pacificamente, diverse etnie e culture (quindi un dato, un fatto: la risultante naturale dell’immigrazione e della mobilità geografica). L’interculturalità è invece un’ipotesi di elaborazione del dato multiculturale, che nasce dal bisogno e dalla volontà di avviare un dialogotra le culture presenti, per realizzare con successo la loro reciproca fecondazione.
Questa ipotesi appare, ed è utile precisarlo, l’unica in grado di garantire una pace durevole, e non semplicemente armistizi precari, perché stimola un lavoro continuo e cumula scambi di contenuti, comprensione e tenerezza. L’ interculturalità è, rispetto alla multiculturalità, un po’ come è la mente rispetto alla realtà: la realtà è preesistente, ma la mente la crea, la classifica e la mette in ordine, opera confronti, valutazioni, mescolanze, individua dei legami, identifica i punti di intersezione. L’ipotesi interculturale, così come la mente, consente di capire la realtà multiculturale e di intervenire su di essa con un progetto esistenziale permanente e comune.
Anche se diverse e spesso addirittura contrapposte per definizione, le culture del mondo non hanno mai smesso di studiarsi, di meravigliarsi a vicenda, di imparare le une dalle altre attraverso le molteplici forme dello scambio, dal conflitto alla seduzione. E ciò è possibile ancora perché, in fondo, ogni singola cultura è solo una delle possibili risposte, sempre parziali e pertanto in divenire, alla domanda di significato che sorge dall’enigma Homo, al bisogno di esaminane il suo mistero secondo molte prospettive.

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Alessandro Bertirotti

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mercoledì 3 novembre 2010

Cancro: scoperta la perforina, proteina che distrugge i tumori




Si chiama perforina, ed è la proteina in grado di aprire nuove strade per sconfiggere tumori e altre patologie come diabete e malaria: è stata scoperta recentemente da un team di ricercatori australiani e britannici coordinati dal professor James Whisstock della Monash University di Melbourne.


La proteina in questione, è stata individuata grazie a dei potenti microscopi con i quali si è potuto osservare il suo particolare funzionamento e la sua struttura molecolare, descritta sulle pagine del magazine specializzato “Nature’’. A quanto pare, la perforina, una volta entrata in funzione, prende di mira proprio le cellule cancerogene o affette dal virus, liberando degli enzimi tossici che le distruggono dall’interno.

Whisstock l’ha definita come un’arma del nostro organismo che fa pulizia. Ora che la si conosce, si può finalmente cominciare a pensare ad un’innovativa terapia per la cura definitiva del cancro. In realtà, la ricerca ha avuto inizio ben dieci anni fa e ha colmato e infine concluso le osservazioni fatte precedentemente del premio Nobel, Jules Bordet.

Durante questo arco di tempo, gli esperti hanno avuto modo di capire appieno le caratteristiche della potente proteina utilizzando specifiche strumentazioni all’avanguardia del Birbeck College di Londra. Inoltre, la perforina scongiurerebbe l’insorgere dei disturbi accusati dai pazienti in seguito a trapianto.

Intanto, Rai e AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), saranno uniti fino al 7 novembre per sostenere la campagna di sensibilizzazione contro questo male che fino a pochi anni fa non lasciava scampo.


Scienziati australiani hanno scoperto come una proteina del sistema immunitario uccide le cellule anomale che causano il cancro, e sperano che l'importante passo avanti apra la strada a nuovi farmaci per combattere i tumori e altre malattie. I ricercatori dell'università Monash di Melbourne, con la collaborazione di colleghi del Birkbeck College di Londra, hanno osservato come la proteina detta perforina si inserisce nella membrana cellulare della cellula bersaglio, creando un poro e uccidendola. La perforina è un'arma fondamentale nel sistema immunitario umano, spiega l'immunologo James Whisstock, la cui ricerca è pubblicata sull'ultimo numero della rivista Nature. «Si inserisce nelle cellule infettate da virus o rese cancerogene e rilascia enzimi tossici che le distruggono dall'interno. Senza di esse il nostro sistema immunitario non può distruggere quelle cellule. Ora che conosciamo il meccanismo, possiamo cominciare a raffinarlo per combattere il cancro e malattie come la malaria e il diabete», scrive. È noto da tempo che il sistema immunitario funziona perforando la cellula nemica e avvelenandola. Ora è chiaro che è la perforina a svolgere tale compito. La sua mancanza in certe infezioni virali mette fuori uso il sistema immunitario. In una ricerca durata 10 anni, la struttura molecolare è stata rivelata con l'aiuto del sincrotrone australiano a Melbourne e dei potenti microscopi elettronici del Birkbeck College. Combinando la struttura dettagliata di un singola molecola di perforina con la ricostruzione sotto il microscopio elettronico di un gruppo di perforine che perforano una membrana modello, è stato possibile osservare come le perforine si assemblano per colpire. Nella prossima fase gli studiosi cercheranno di potenziare l'azione della perforina per assicurare una protezione più efficace dal cancro e per formulare trattamenti per malattie acute come la malaria cerebrale.

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martedì 2 novembre 2010

La plastica minaccia la fertilità maschile



La plastica minaccia la fertilità maschile

La plastica, oltre ad essere nociva per l’ambiente, rischia anche di compromettere la fertilità dell’uomo, mettendone in dubbio la virilità. Colpa del bisfenolo A (Bpa) - componente delle materie plastiche già sotto accusa per gli effetti negativi sulla salute, in particolare nei bambini per l'uso di biberon e ciucci - che influisce anche sulla qualità e quantità degli spermatozoi, secondo uno studio pubblicato su “Fertility and Sterility”. Questa ricerca è stata condotta controllando, per 5 anni, 514 operai che lavoravano in una fabbrica cinese. Nel corso dello studio i ricercatori hanno rilevato che nei maschi che avevano concentrazioni più elevate di Bpa nelle urine si moltiplicava il rischio di produrre sperma di cattiva qualità e di avere, di conseguenza, problemi di infertilità: «Rispetto a chi non presentava tracce della sostanza si triplicava, in pratica, la possibilità di una concentrazione più scarsa di spermatozoi e di una loro ridotta vitalità», spiega De-Kun Li, epidemiologo del Kaiser Permanente (consorzio privato di cure e assicurazione malattie) e principale autore dello studio. De-Kun Li aveva già firmato due studi sugli effetti del Bpa sull'organismo, rilevando già nei topi il rischio di infertilità maschile e, in uno studio del 2009, i danni sulla funzione sessuale di elevate concentrazioni della sostanza.


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isola di plastica


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Isola di spazzatura


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Dossier Isola di spazzatura
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mercoledì 6 ottobre 2010

Procreazione assistita




Le coppie che cercano un figlio a tutti costi sono in continua battaglia: contro il tempo, contro il corpo, contro le leggi.



Solitamente le coppie, dopo qualche anno di tentativo infruttuoso nella ricerca della gravidanza, si rivolgono ad un ginecologo, al medico di base o direttamente ai centri di procreazione assistita. Inizialmente vengono prescritti esami diagnostici e da qui parte una processione e il consulto a medici diversi. C’è chi rassicura, chi dice di portare pazienza e chi invece consiglia di intervenire subito.


La legge 40
In Italia, nel 2004 è stata introdotta la legge 40, che fissa le tecniche mediche utilizzabili dalla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Ci sono vari divieti che nel corso degli anni sono stati criticati dagli interessati, dai medici e da alcuni politici. Nel 2005 fu fatto un referendum per abrogare la legge 40, ma non raccolse il numero di votanti necessario. Di seguito elenchiamo alcune regole per sottoporsi a PMA.
  1. L’accesso alle tecniche di procreazione sono consentite solo alle coppie sterili e non a quelle con malattie genetiche.
  2. È vietato il ricorso a gameti donati (ovuli o spermatozoi).
  3. La conservazione degli embrioni e l’analisi pre-impianto sono vietate.
  4. Si possono fecondare e impiantare solo tre ovociti alla volta.
Procreazione assistita
Le principali tecniche utilizzate
Le coppie che si avvalgono della procreazione medicalmente assistita, spesso fanno molti tentativi e cercano più possibilità. Così se una tecnica non porta ad una gravidanza, spesso le persone ricorrono ad altri metodi. Quindi il sottoporsi ad un intervento non esclude la possibilità di tentarne un altro. Le principali tecniche sono le seguenti:
  • Inseminazione Artificiale intrauterina: viene scelta quando c’è una diagnosi inspiegabile di infertilità o una lieve sterilità maschile. Questa tecnica prevede che lo sperma venga trattato in laboratorio così da ottenere spermatozoi più vitali e adatti alla fecondazione; i migliori vengono selezionati e iniettati direttamente nell’utero nel periodo dell’ovulazione, attraverso un piccolo catetere. È la tecnica maggiormente utilizzata dalle coppie, ben il 60.9 %.
  • Procreazione assistitaFecondazione in vitro (Fivet): usata dal 48,3 % delle persone che usano la PMA per avere una gravidanza, prevede anche il trasferimento degli embrioni in utero ed è usata nei casi di infertilità inspiegabile o quando ci sono problemi meccanici nell’apparato riproduttivo femminile (tube chiuse, difficoltà ovulatoria) e nei casi di moderata infertilità maschile. Questa tecnica prevede il prelievo di ovuli e sperma, la lavorazione in laboratorio degli spermatozoi e la successiva fecondazione (contatto tra ovuli e spermatozoi) in modo da ottenere gli embrioni in vitro (al massimo 3). Una volta ottenuti gli embrioni vengono iniettati nell’utero.
  • Iniezione intracitoplasmatica (ICSI): usata quando c’è una seria infertilità maschile e anche quando altre tecniche hanno fallito. Consiste nella scelta di un solo spermatozoo, quello con caratteristiche migliori che viene iniettato nell’ovulo. Dopodiché la tecnica segue il procedimento della Fivet. Le coppie che hanno scelto questa tecnica sono il 55,7%
  • Iniezione introcitoplasmatica (IMSI): viene usata quando tutte le altre tecniche hanno fallito, perché è un perfezionamento della precedente. Viene iniettato nell’ovulo lo spermatozoo “perfetto”, selezionato ricorrendo a un particolare microscopio.
  • Estrazione testicolare di spermatozoi (TESE): usata nei casi di azoospermia, cioè quando non sono presenti spermatozoi nel liquido seminale. In questo caso si preleva una porzione di tessuto dai testicoli, da cui si ottengono, se presenti, spermatozoi da iniettare con la Imsi nell’ovulo.

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domenica 3 ottobre 2010

Un microchip nel cervello per stimolare l'orgasmo




Un microchip nel cervello

per stimolare l'orgasmo

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Dalla Oxford University 

un dispositivo in grado di stimolare il piacere



ALTRO che "Sex and the City": secondo i ricercatori della Oxford University la prossima rivoluzione sessuale sarà quella del "sex and the chip", ovvero del chip da impiantare nel cervello per stimolare l'orgasmo. La scoperta nasce dopo anni di studio in materia di "deep brain stimulation", tecnica finora utilizzata per curare, ad esempio, i disturbi dell'apparato uditivo e visivo. Perché dunque non approfittarne per lenire anche quelli sessuali?

Questa domanda se la pose per primo, una decina di anni fa, il dottor Stuart Meloy, neurologo dell'università del North Carolina, che sperimentò con successo su una donna uno stimolatore cerebrale del piacere. Purtroppo però la paziente decise di farsi rimuovere l'apparecchio perché non riusciva ad adeguarsi ai nuovi impulsi.

La ricerca degli scienziati inglesi si è oggi concentrata sulla corteccia orbifrontale, situata dietro agli occhi e legata alle sensazioni di benessere provocate da cibo e sesso. Il professor Morten Kringelbach, membro anziano del reparto di psichiatria dell'università di Oxford, ha rivelato che questa parte del cervello potrebbe essere una nuova chiave di stimolo per aiutare chi soffre di anedonia, che è l'incapacità di provare sensazioni piacevoli. I risultati dell'indagine sono stati segnalati sulla rivista "Nature Rewiews Neuroscience".

"La stimolazione corticale con microchip non è una novità", spiega il neurologo Carlo Sebastiano Tadeo, dell'istituto clinico Santa Rita di Milano. "Ma finora la sua applicazione si è rivolta per lo più alla cura di malattie come il Parkinson. Credo comunque che una scoperta del genere potrebbe essere perfettamente efficace: il nostro cervello è composto da centraline che pilotano le cosiddette "vie ultime finali", vale a dire quei processi biochimici che determinano le sensazioni. Dietro al dolore e al piacere c'è anche una componente psicologica, ma la stimolazione di zone della corteccia circoscritte e mirate porta sempre a risultati significativi".

Secondo alcuni esperti, però, questa scoperta potrebbe avere dei risvolti negativi sulla vita di coppia. "La sessualità è comunque relazione", spiega la psicologa Elisa Mondonico. "Dubito che tutto si possa risolvere con la stimolazione neuronale. In casi gravi e invalidanti, tuttavia, un aiuto esterno potrebbe essere di conforto".

Il professor Giorgio Rifelli, docente di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale presso l'università di Bologna, crede invece che un apparecchio del genere potrebbe scatenare meccanismi di competitività e frustrazione nel partner: "Si tratta di un qualcosa di non molto diverso da un vibratore, a pensarci bene. La vita sessuale, all'interno di una relazione, potrebbe risultare seriamente danneggiata dall'utilizzo di uno stimolatore esterno, non naturale. Enfatizzare l'orgasmo come momento unico del rapporto sessuale è sbagliato e l'utilizzo di un chip finirebbe con annullare quel gioco di desideri che è l'essenza più viva di ogni relazione".

L'applicazione del microchip, che verrebbe impiantato direttamente nel cervello, richiederebbe inoltre, dal punto di vista chirurgico, una serie di operazioni complesse. "Quando la tecnologia verrà migliorata potremo controllare più zone cerebrali. Il chip dovrà essere sottile e potrà essere acceso o spento a seconda delle necessità - ha detto il neurochirurgo Tipu Aziz, anche lui coinvolto nello studio - Tra dieci anni le applicazioni saranno stupefacenti: oggi non conosciamo neanche la metà di tutte le potenzialità di questa scoperta".

In Italia, secondo una ricerca della Società Italiana di Medicina Generale, l'anorgasmia colpisce circa il 30,1% delle donne. Stando a uno studio del Primary Care Sciences Research Centre della Keele University, in Gran Bretagna, questo disturbo spesso ha origini genetiche, salvo casi di incapacità dovuta a traumi o a condizioni psicologiche soggettive. "Sono poche però le donne che avvertono l'anorgasmia come un vero problema", conclude Rifelli. "La nostra università fornisce ad esempio un servizio clinico di sessuologia, ma la domanda di aiuto è modesta. Eppure i dati che abbiamo ci dicono che è un disturbo diffuso. Questo, a mio avviso, dipende dal fatto che le priorità della donna di oggi sono principalmente la carriera e la maternità. Femminilità e vita sessuale soddisfacente vengono considerati aspetti secondari, se necessario anche da sacrificare".

di SARA FICOCELLI
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Le migliori posizioni sessuali per dimagrire

 

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martedì 14 settembre 2010

Konrad Lorenz, uno scienziato antimoderno




I pregiudizi scientisti e progressisti di cui è impregnata la nostra cultura ci portano spesso a vedere in ogni visione alternativa rispetto al mondo moderno il portato di mentalità antiscientifiche ed arcaiche, sogno di visionari metafisici che ignorano i fondamenti e le regole più elementari del sapere positivo. Sembra quasi che la critica al mondo moderno sia prerogativa di culture inevitabilmente “altre” rispetto a quel sapere che di tale mondo si reputa a fondamento, e che la scienza sia necessariamente al servizio della modernità e della società a cui essa ha dato origine. La figura e l’opera di Konrad Lorenz smentiscono clamorosamente tali pregiudizi: universalmente considerato uno dei maggiori “scienziati” del XX secolo, padre dell’etologia moderna e Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1973, è stato al tempo stesso uno dei più lucidi e feroci critici della modernità e dei suoi miti, anticipatore di molte di quelle tematiche oggi fatte proprie dai movimenti e dalle culture ambientaliste e no-global.A rileggere la sua opera, sviluppatasi lungo l’arco di un quarantennio, dal dopoguerra agli anni Ottanta del secolo appena trascorso, ci ritroviamo al cospetto di un vero e proprio “profeta” dei mali che affliggono il nostro mondo e dei problemi che la nostra generazione è chiamata ad affrontare. E tutto ciò da una prospettiva che pur rimanendo fedele ai fondamenti positivisti ed evoluzionisti della sua visione di fondo, ha saputo essere al tempo stesso radicalmente anticonformista ed “inattuale” rispetto ai valori ed alle tesi di cui quella visione si è fatta spesso portatrice. Ci sembra essere proprio questa, alla fine, la cifra del pensiero di Konrad Lorenz, uno scienziato “antimoderno”. A diciotto anni dalla sua morte - avvenuta nel 1989 - proprio oggi che molte delle sue analisi si sono rivelate profetiche e che l’eco delle polemiche, anche accese, che hanno accompagnato la sua vicenda culturale ed umana si va ormai spegnendo, è possibile, e al tempo stesso doveroso, guardare alla sua opera con maggiore interesse, curiosità ed obiettività, attribuendole la valenza e la riconoscenza che meritano.


Konrad Lorenz nasce a Vienna nel 1903. Studia medicina a New York e a Vienna, laureandosi nel 1928. Nel 1933 consegue anche la laurea in zoologia, assecondando i suoi veri interessi che si stavano orientando sempre più verso il mondo animale e l’ornitologia in particolare. Nel 1937 diventa docente di psicologia animale e anatomia comparata presso l’Università di Vienna e, a partire dal 1940, di psicologia all’Università di Königsberg. Scoppiata la guerra, combatte nell’esercito tedesco. Durante il conflitto viene fatto prigioniero dai russi; così dal 1944 al 1948 è trattenuto in un campo di detenzione sovietico fino alla fine delle ostilità. Nel 1949 viene pubblicato L’anello di Re Salomone, destinato a rimanere la sua opera più celebre, dove Lorenz rivela quelle doti di abile ed affascinante divulgatore che resero i suoi testi famosi nel mondo, avvicinando alle tematiche etologiche e naturalistiche un vasto pubblico di non addetti ai lavori; doti confermate nel successivo E l’uomo incontrò il cane, del 1950. Nel 1961 diviene Direttore dell’Istituto Max Plank per la fisiologia del comportamento di Starnberg, in Baviera, carica che manterrà fino al 1973. E’ proprio a partire da tali anni che, accanto a testi a contenuto prettamente scientifico, Lorenz inizia ad estendere i suoi interessi alla sfera sociale e culturale, per arrivare ad affrontare le tematiche dell’attualità del suo tempo, lette all’interno di un’ottica che faceva tesoro di quanto via via egli stava maturando e scoprendo in ambito naturalistico. Dall’etologia animale si passa così all’etologia umana. Tali nuovi interessi iniziano per la verità a fare capolino già nelle opere a carattere scientifico, rivelando la vastità degli orizzonti e delle prospettive che fin dagli inizi hanno accompagnato la sua ricerca.


L’opera Il cosiddetto male, del 1963, che affronta il tema dell’aggressività intraspecifica, è un tipico esempio di tale prospettiva. In questo scritto Lorenz sostiene che l’aggressività, al pari di diversi altri istinti quali la sessualità o la territorialità, sia un comportamento innato, come tale insopprimibile e spontaneo, impossibile da far derivare dai soli stimoli ambientali. Essendo un istinto innato, l’aggressività è in quanto tale “al di là del bene e del male” (di qui anche il carattere ironico e polemico del titolo del libro; modificato, in alcune delle edizioni successive, nel più neutro L’aggressività), componente strutturale di ogni essere vivente e svolgente un ruolo fondamentale nell’ambito dei processi evolutivi e quindi della sopravvivenza della specie. Basti pensare al ruolo che la conflittualità intraspecifica gioca nell’ambito della delimitazione del territorio, della scelta del partner nella riproduzione, dell’instaurazione delle gerarchie all’interno del gruppo. Lorenz sostiene altresì che gli stessi istinti “buoni”, ovvero quelli gregari e amorosi, derivino evoluzionisticamente dalla stessa aggressività, essendo modificazioni selettive di questa indirizzati a finalità differenti, tanto che sopprimere l’aggressività significherebbe sopprimere la vita stessa. Il libro suscitò polemiche violentissime, dato che Lorenz non limitò le sue riflessioni all’ambito animale, ma le estese anche a quello umano e storico-sociale. Le accuse si sprecarono e la polemica, dal terreno scientifico su cui Lorenz intendeva mantenerla, scivolò, com’era prevedibile, su quello politico ed ideologico: gli diedero del razzista e del guerrafondaio. In realtà il proposito del testo era quello di criticare le correnti comportamentiste e behavioriste, allora molto in voga, secondo cui tutti i comportamenti derivano in ultima analisi dalle influenze e dagli stimoli ambientali, modificati i quali sarebbe possibile modificare gli stessi comportamenti, aggressività inclusa. Per i comportamentisti, quindi, non vi sarebbe nulla di innato. Lorenz, al contrario, considera l’istinto un dato originario, geneticamente condizionato: in quanto tale, esso vive di vita autonoma, non vincolandosi necessariamente all’azione di quelle influenze ambientali aventi la funzione di stimoli scatenanti. Anzi, secondo Lorenz più un istinto non trova occasione di scatenamento, più aumenta la possibilità che esso si scarichi prima o poi in maniera ancor più dirompente, anche in assenza degli stimoli corrispondenti. Se così non fosse, per Lorenz sarebbero difficilmente spiegabili i fenomeni di aggressività cosiddetta “gratuita”, così diffusi sia nel mondo animale che tra gli uomini. Lungi dal costituire un’apologia della violenza e della guerra, l’opera di Lorenz intendeva innanzi tutto mettere in guardia da ogni posizione utopica circa la convivenza umana e la risoluzione dei conflitti, risoluzione che, per essere realistica e antropologicamente fondata, non poteva prescindere da dati e analisi che egli riteneva incontrovertibili. Al contrario, proprio la mancata conoscenza del funzionamento dei comportamenti innati poteva portare a risultati opposti a quelli auspicati, finendo per favorire proprio l’innesco di comportamenti deleteri per la pacifica convivenza. Sostenendo l’impermeabilità di fondo ai condizionamenti ambientali degli istinti basilari dell’uomo come di tutte le specie animali, Lorenz vuole evidenziare così le illusioni insite nella convinzione secondo cui l’educazione e la trasformazione dell’assetto politico-sociale sarebbero di per sé sufficienti a modificare e plasmare i comportamenti umani. E questo non perché egli negasse ogni valore alla cultura o alla dimensione spirituale dell’uomo, quasi a volerlo ridurre a un animale tra i tanti e per ciò vincolato esclusivamente ai suoi istinti. Alieno da ogni visione irenistica e bucolica dell’uomo così come della natura in genere, critico di ogni antropologia che risentisse del mito rousseauiano del “buon selvaggio”, egli sottolineò piuttosto come la “pseudospeciazione culturale” tipica della specie umana ha portato i gruppi umani – siano essi i clan, le tribù, le etnie o le moderne nazioni - una volta raggiunto un determinato grado di differenziazione reciproca, a relazionarsi in modo molto simile a quello delle specie animali più evolute, specie tra le quali, come accennato sopra, la conflittualità intraspecifica gioca un ruolo fondamentale all’interno dei processi adattativi. Lorenz evidenzia come diversi comportamenti risalenti a fattori culturali rivelino una fenomenologia sorprendentemente simile a quelli di origine genetica, facendo risaltare così una certa convergenza tra le dinamiche animali e quelle umane, convergenza che in fenomeni come non solo l’aggressività, ma anche ad esempio la territorialità, l’imprinting, il gioco ed i riti risalta con chiarezza.


E’ soprattutto però con opere quali Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, del 1973 e Il declino dell’uomo, del 1983, che le problematiche del proprio tempo e la critica alle convinzioni ed alle ideologie dominanti diventano i temi centrali della sua ricerca; temi che, comunque, continuano a trovare ampio spazio anche nelle opere a contenuto scientifico di questo periodo. Tra queste ricordiamo L’altra faccia dello specchio, del 1973, dedicata alla disamina dei processi conoscitivi della specie umana da un punto di vista storico-evoluzionistico, Natura e destino, del 1978, dove viene ripreso il confronto tra innatismo e ambientalismo, e Lorenz allo specchio, scritto autobiografico del 1975. Nel 1973, intanto, tra le ennesime e strumentali polemiche scatenate in particolare dagli ambienti culturali di sinistra, viene insignito, come accennato, del Premio Nobel per la fisiologia e la medicina, unitamente ad altri due etologi, Nikolaas Tinbergen e Karl Ritter von Frisch. Pur di infangare la sua figura, non bastando le meschine accuse già rivoltegli in occasione de Il cosiddetto male, per l’occasione vennero tirati in ballo presunti atteggiamenti di condiscendenza verso il regime nazista, strumentalizzando ad arte tesi espresse a suo tempo in merito all’eugenetica. In realtà, ciò che non gli veniva perdonato erano le posizioni controcorrente verso i miti progressisti-rivoluzionari così prepotentemente in voga nel clima caldo degli anni settanta, così come il temperamento libero e non curante verso il “politicamente corretto”, che lo portavano a confrontarsi senza pregiudizi con gli ambienti intellettuali più disparati, come dimostra l’attenzione mostrata verso il GRECE, il “Gruppo di ricerca e studio per la civilizzazione europea”, fondato in Francia da Alain De Benoist, dalla cui collaborazione nacque anche un libro-intervista pubblicato nel 1979 con il titolo Intervista sull’etologia. Sempre nel 1973 si stabilì ad Altenberg, in Austria, assumendo la direzione del Dipartimento di sociologia animale dell’Accademia Austriaca delle Scienze. Tra le altre più significative opere ricordiamo L’etologia (1978), vasta sintesi del suo pensiero etologico, e i due libri-intervista Salvate la speranza (1988) e Il futuro è aperto (postumo del 1996, in collaborazione con il filosofo Karl Popper), in cui torna ad affrontare anche tematiche più specificatamente filosofico-sociali.


Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, destinata a diventare una delle sue opere più note, vuole essere un’analisi delle cause della decadenza della civiltà e dei pericoli che incombono sull’umanità. Come il successivo Il declino dell’uomo, è un’opera intrisa di un cupo pessimismo, a volte radicale, pessimismo che in seguito lo stesso Lorenz avrebbe ritenuto esagerato. Gli otto “peccati capitali” della civiltà sarebbero a suo dire i seguenti: l’abnorme aumento della popolazione mondiale; la devastazione dell’ambiente; la smisurata competizione economica tra gli individui; l’affievolirsi dei sentimenti; il deterioramento del patrimonio genetico; l’oblio della tradizione; l’omologazione culturale; la proliferazione nucleare. Come vediamo, si tratta di “peccati” ancor oggi all’ordine del giorno e con i quali l’attuale umanità continua a fare i conti, ma che al tempo di Lorenz ancora non venivano individuati e denunciati come tali in tutta la loro gravità. Addirittura tali “peccati” rischiano per Lorenz di portare l’umanità verso l’estinzione. Questa visione apocalittica gli è suggerita, secondo un’ottica seguita un po’ in tutte le sue opere, dal parallelo che egli istituisce con il mondo dell’evoluzione animale e naturale in genere. Più che eventi causati da specifici accadimenti storico-sociali, essi vengono letti infatti quali veri e propri fenomeni degenerativi dell’evoluzione umana: come avviene per molte specie viventi che, ad un certo punto della propria storia evolutiva, imboccano un vicolo cieco avviandosi verso l’estinzione, lo stesso sembra stia accadendo per la specie umana. “Quale scopo – si chiede Lorenz – possono avere per l’umanità il suo smisurato moltiplicarsi, l’ansia competitiva che rasenta la follia, la corsa agli armamenti sempre più micidiali, il progressivo rammollimento dell’uomo inurbato? A un esame più attento, quasi tutti questi fatti negativi si rivelano però essere disfunzioni di meccanismi comportamentali ben determinati che in origine esercitavano probabilmente un’azione utile ai fini della conservazione della specie. In altre parole, essi vanno considerati alla stregua di elementi patologici”. Al di là delle legittime perplessità e delle riserve che una simile chiave di lettura – vincolata ad un’impostazione in ultima analisi biologista ed naturalista dei processi storico-sociali – può suscitare, l’opera di Lorenz rappresenta una delle più lungimiranti e pionieristiche denuncie della società moderna, di cui vengono con vigore demistificati i miti ed i valori fondanti. Fenomeni che secondo la tradizione del pensiero moderno venivano considerati quali espressione della più intima natura umana – la competizione economica, la ricerca del benessere materiale, l’indefinito progresso tecnologico – vengono denunciati, al contrario, quali vere e proprie “patologie”, che stanno allontanando sempre più l’uomo dalla sua vera essenza, riducendolo a mero strumento delle forze tecno-economiche da egli stesso messe in moto. “La competizione tra gli uomini – afferma – che promuove, a nostra rovina, un sempre più rapido sviluppo della tecnologia, rende l’uomo cieco di fronte a tutti i valori reali e lo priva del tempo necessario per darsi a quella attività veramente umana che è la riflessione”. Estraniatosi dal mondo e dai ritmi della natura, l’uomo vive ormai in una nuova dimensione puramente artificiale, dove sono le leggi ed i ritmi della tecnica a regolare la sua vita. Ciò ha condotto a stravolgere l’identità e la specificità stesse dell’uomo, con il progressivo inaridimento dei sentimenti e delle emozioni, l’estinzione del senso estetico, la distruzione delle tradizioni e delle istituzioni che avevano da sempre regolato la convivenza umana prima dell’avvento della società industriale. Lorenz arriva a sostenere che la situazione dell’umanità contemporanea può essere paragonata a quella delle specie animali allevate ed selezionate a scopi produttivi, presso le quali l’addomesticamento ha determinato una vera e propria alterazione dei loro caratteri naturali.


In tal senso, Lorenz pone le basi per un ambientalismo che, non limitandosi a denunciare la perturbazione degli ecosistemi o la devastazione dell’habitat naturale dell’uomo, mette l’accento sulla necessità di recuperare un’esistenza più conforme ai dettami ed ai limiti della natura; natura accettata e fatta propria anche nella sua dimensione tragica e dolorosa. Il progetto della modernità di voler bandire il dolore e la fatica dal mondo è visto infatti da Lorenz come una vera e propria iattura: “il progresso tecnologico e farmacologico favorisce una crescente intolleranza verso tutto ciò che provoca dolore. Scompare così nell’uomo la capacità di procurarsi quel tipo di gioia che si ottiene soltanto superando ostacoli a prezzo di dure fatiche”. Nella società del benessere e del comfort “l’alternarsi di gioia e dolore, voluto dalla natura, si riduce a oscillazioni appena percettibili, che sono fonte di una noia senza fine”, noia che è alla base di quella illimitata ricerca del “piacere” – che della “gioia” è solo la caricatura parossistica - su cui fa leva la società dei consumi. In tal senso Lorenz, che si impegnò spesso anche sul piano delle battaglie concrete intervenendo nei dibattiti pubblici e partecipando a molte iniziative ambientaliste, espresse anche posizioni controcorrente e trasversali rispetto a certo ambientalismo anche oggi prevalente, difendendo, ad esempio, la legittimità della caccia, e battendosi invece contro l’aborto, ritenuto una pratica innaturale. Al tempo stesso prese le distanze da ogni naturalismo inteso quale ritorno ad utopici quanto irrealistici “stati di natura”, in quanto vedeva la dimensione culturale e spirituale come consustanziale all’uomo, che privato di essa sarebbe privato quindi della sua “natura” più autentica. Lo stesso studio del mondo animale, che ha impegnato tutta la sua vita, non è stato mai inteso da Lorenz in senso puramente tecno-scientifico: “vorrei dire innanzitutto che io non ho cominciato a tenere degli animali perché ne avevo bisogno per scopi scientifici: no, tutta la mia vita è stata legata strettamente agli animali, fin dalla prima infanzia… Crescendo ho allevato gli animali più diversi… Mi sono comportato sempre in questo modo: per conoscere a fondo un animale superiore, ho vissuto con lui. L’arroganza di certi scienziati moderni, che credono di poter risolvere tutti i problemi studiando un animale soltanto a livello sperimentale, è stata sempre estranea alla mia mente”. Più che il canonico approccio “scientifico”, quello di Lorenz sembra essere, almeno nelle sue finalità ultime e al di là dei suoi fondamenti epistemologici, un atteggiamento di tipo “intuitivo”, volto ad una comprensione complessiva dei fenomeni naturali e alieno da ogni visione meramente sperimentale e quantitativa. Ciò che davvero gli interessava era alla fine risensibilizzare l’uomo moderno al legame simpatetico con il mondo degli animali e della natura in genere, legame andato quasi completamente perduto per l’uomo civilizzato. Questi paga tale perdita anche con l’estinzione del senso estetico, che per Lorenz si lega strettamente al contatto con l’incredibile varietà della forme naturali e la grandezza della creazione che sovrasta l’uomo. Per Lorenz i sentimenti estetici sono infatti parte del patrimonio genetico dell’umanità, e hanno svolto anch’essi, quindi, un compito importate nel corso dell’evoluzione umana ai fini adattativi; mentre oggi l’uomo si va pericolosamente assuefacendo al “brutto” che domina incontrastato nelle nostre metropoli, dove ogni senso della bellezza sembra essersi obliato. La disarmonia che caratterizza la vita del moderno uomo inurbato si lega ad un altro infausto fenomeno, quello della sovrappopolazione, che Lorenz non vede solo nell’ottica economicistica - anche oggi spesso prevalente nei movimenti ambientalisti e terzomondisti - dello squilibrio tra risorse disponibili e popolazione, ma sempre in rapporto a dimensioni “esistenziali” più profonde, ancora una volta suggeritegli dagli studi etologici. Come ogni specie vivente ha bisogno, in base all’istinto di territorialità, di un suo ben delimitato “spazio vitale” (inteso in senso “psicologico” e non solo materiale), anche l’uomo difficilmente può adattarsi a vivere tra folle anonime di individui sconosciuti, dato che il forzato contatto ravvicinato e permanente con “estranei” genera inevitabilmente tensione ed aggressività, favorendo l’insorgere di quelle patologie tipiche della modernità quali stress e nevrosi.


La radicale critica della società moderna portò Lorenz a scontrarsi violentemente con la cultura progressista che monopolizzava il dibattito intellettuale degli anni sessanta e settanta ed ispirava i movimenti politici alternativi di quegli anni, movimenti che auspicavano una “rivoluzione” che andava, per molti aspetti, nel senso contrario a quello indicato da Lorenz. Critico verso ogni ottimismo progressista che esaltasse “le magnifiche sorti e progressive” dell’era della tecnica, Lorenz denunciò con altrettanto vigore l’ideologia del “nuovismo”, che egli considerava espressione di puro infantilismo, dato che è tipico dei bambini l’ingenuo entusiasmo verso tutto ciò che si presenta come “nuovo”. Contro i miti contestatari giovanili, Lorenz difese invece le tradizioni, la cultura e le strutture sociali sulle quali si erano funzionalmente rette le comunità e le società del passato, con accenti che non ci aspetteremmo da uno scienziato del XX secolo, come difese il principio di autorità nei processi educativi, vedendo in tutto ciò il portato di dinamiche socio-adattative coerenti con i dettati dell’evoluzione naturale. Lo stesso concetto di “rivoluzione” era del resto vivacemente contestato da Lorenz, dato che “la natura non fa salti” e che l’evoluzione procede per passi lenti e spesso impercettibili. Per questo l’incomprensione generazionale tra padri e figli che caratterizzava quegli anni era da lui vista come un fenomeno deleterio e pericoloso per un armonioso sviluppo della società. La stessa valorizzazione della fatica e della sofferenza andava contro le spinte moderniste di gran parte del movimento contestatore, che le considerava assurde sopravvivenze di secoli oscuri che grazie al progresso della tecnica e allo sviluppo economico l’uomo si sarebbe lasciato completamente alle spalle, essendo la liberazione dal dolore e il perseguimento del benessere “diritti” inalienabili che a tutti dovevano essere garantiti. Indifferente alle critiche che gli venivano mosse, forte delle sue convinzioni, Lorenz non si peritò di mettere in discussione lo stesso principio dell’uguaglianza tra gli uomini, che egli vedeva come una malsana distorsione del legittimo riconoscimento dell’eguale dignità di ogni uomo così come di ogni essere vivente. Secondo Lorenz l’egualitarismo, unito a quella che egli chiama la dottrina “pseudo-democratica” di ispirazione comportamentista secondo cui sarebbe possibile cambiare gli uomini a piacimento se solo si muta il contesto ambientale in cui essi si trovano a vivere, altro non è che un falso mito espressione della progressiva omologazione culturale che caratterizza la società moderna; omologazione di cui egli individuava le responsabilità nello strapotere del mercato, delle multinazionali e dei mezzi di comunicazione di massa. Il mondo moderno è caratterizzato da “una uniformità di idee quale non si era mai vista in nessun’altra epoca della storia” – sottolinea Lorenz - a tutto detrimento del pluralismo culturale, che, quale espressione del più vasto fenomeno naturale della diversità biologica, è un patrimonio da salvaguardare come uno dei cardini su cui si reggono l’evoluzione e la possibilità di riproduzione della vita stessa. Lorenz ritiene pertanto l’ineguaglianza un fattore costitutivo della natura, senza il quale essa perderebbe la sua forza creativa ed espansiva, non solo in termini biologici, ma anche e soprattutto a livello sociale e culturale, in quanto è proprio “l’ineguaglianza dell’uomo – affermò - uno dei fondamenti ed una delle condizioni di ogni cultura, perché è essa che introduce la diversità nella cultura”. Allo stesso modo egli individuava già allora nella perniciosa influenza della cultura americana le origini dei mali che attanagliavano l’umanità: “le malattie intellettuali della nostra epoca – sostiene - usano venire dall’America e manifestarsi in Europa con un certo ritardo”, così come al dominio delle ideologie egualitarie e pseudo-democratiche “va certamente attribuita una gran parte della responsabilità per il crollo morale e culturale che incombe sugli Stati Uniti”.


Figura proteiforme, difficilmente inquadrabile secondo gli schemi consueti, Lorenz visse profondamente le forti contraddizioni e i radicali cambiamenti che caratterizzarono il suo tempo. La sua complessa disamina della società moderna, intrisa di un così esasperato pessimismo, sfugge anch’essa a facili classificazioni, suscitando spesso sbrigative prese di distanza così come semplicistiche ed entusiastiche adesioni. Se il parallelismo che egli pone tra i processi evolutivi del regno animale e le dinamiche storico-sociali può lasciare perplessi, prestando il fianco ad accuse di riduzionismo biologista, lo sfidare gli apologeti del progresso tecno-scientifico sul loro stesso terreno dell’argomentazione positiva spiazza molti dei suoi detrattori. Anche i suoi toni a volte apocalittici possono sembrare eccessivi ed ingiustificati; ma non bisogna dimenticare che Lorenz scriveva in un periodo in cui i problemi da lui diagnosticati stavano per la prima volta presentando i loro risvolti devastanti su scala planetaria, senza che si fosse ancora sviluppata una forte sensibilità condivisa verso di essi. Come accennato, Lorenz stesso rivide progressivamente alcune delle sue posizioni e ritenne non più giustificabile il radicale pessimismo che aveva espresso, costatando come le tematiche su cui aveva richiamato l’attenzione fin dagli anni sessanta erano sempre più al centro del dibattito culturale e ormai nell’agenda di impegni di molti gruppi e movimenti politici e ambientalisti. “Colui che credeva di predicare solitario nel deserto, parlava, come si è dimostrato, davanti ad un uditorio numeroso ed intellettualmente vivo” - riconosce Lorenz, e “i pericoli della sovrappopolazione e dell’ideologia dello sviluppo vengono giustamente valutati da un numero rapidamente crescente di persone ragionevoli e responsabili”. Per questo Lorenz finì per prendere le distanze dai “catastrofisti”, da coloro che credevano possibile figurarsi con certezza l’avvenire dell’umanità predicando la sua prossima fine, dato che, come recita il titolo del succitato libro scritto con Karl Popper, il “futuro è aperto”, e l’irriducibilità ad ogni possibile determinismo costituisce pur sempre la cifra dell’uomo e della storia. Se il futuro è certamente aperto e la critica all’ideologia sviluppista non è più patrimonio di isolati predicatori nel deserto, è pur vero, però, che molti dei “peccati della civiltà” stigmatizzati da Lorenz restano ancor oggi impuniti, se non si sono addirittura aggravati. Di fronte alla sua disamina, si ha anzi l’impressione, a volte, che molte delle sue riflessioni e degli allarmi lanciati appaiano scontati e banali; e ciò non perché l’odierna umanità abbia risolto o quanto meno imboccato la strada giusta per risolvere i mali denunciati, ma - ed è quel che è più disperante - semplicemente perché vi si è ormai assuefatta. Ecco perché, al di là di quanto è stato fatto o resta da fare, e al di là dei giudizi e dei convincimenti di ciascuno, riteniamo quanto meno indispensabile e di grande attualità, oggi, la rilettura della sua opera.

Stefano di ludovico su opice


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martedì 7 settembre 2010

Rifkin-Petrini, dialogo sulla natura


Ecco un estratto sul dialogo Rifkin-Petrini apparso su La Repubblica del 9/6/10...

Petrini: Caro Jeremy, trovo ci siano straordinarie similitudini e parallelismi tra la nuova politica energetica che tu promuovi e la nuova politica alimentare che cerchiamo di portare avanti con Slow Food. La politica alimentare, infatti, si deve basare sul concetto che l’energia primaria della vita è il cibo. Se il cibo è energia allora dobbiamo prendere atto che l’attuale sistema di produzione alimentare è fallimentare. Le prime due idee che secondo me condividiamo sono il rifiuto di sistemi troppo centralizzati e il ritorno a una concezione olistica della nostra esistenza su questo pianeta. Il vero problema è che da un lato c’è una visione centralizzata dell’agricoltura, fatta di monoculture e allevamenti intensivi altamente insostenibili, e dall’altro è stata completamente rifiutata la logica olistica, che dovrebbe essere innata in agricoltura, per sposare logiche meccaniciste e riduzioniste. Una visione meccanicista finisce con il ridurre il valore del cibo a una mera commodity, una semplice merce. È per questo che per quanto riguarda il cibo abbiamo ormai perso la percezione della differenza tra valore e prezzo: facciamo tutti molta attenzione a quanto costa, ma non più al suo profondo significato. Inoltre, con questo sistema, abbiamo ridotto i contadini in ogni angolo del mondo alla disperazione. Non si può più andare avanti in questo modo, bisogna cambiare paradigma.

Rifkin: È interessante quello che dici Carlo, perché nei corsi che io tengo ai supermanager di grandi imprese globali alla più antica Scuola di Economia del mondo (Warthon in Pennsylvania ndr) miro proprio a ri-orientare il pensiero. La prima cosa che dico sempre è che la base dell’economia del pianeta è la fotosintesi. Con l’energia del sole creiamo la vita. Esistiamo soltanto da 175.000 anni e rappresentiamo solo lo 0.5 per cento dell’intera biomassa vivente sul pianeta, ma stiamo usando il 24% di tutta l’energia generata dalla fotosintesi sulla Terra. Siamo mostri. Stiamo divorando il nostro pianeta. Continuando di questo passo nei prossimi 20 o 30 anni arriveremo a usare la metà della fotosintesi del pianeta. Non ce la faremo. L’agricoltura in questo processo è centrale, perché è la base della civilizzazione, senza di essa nessuna cultura esisterebbe. Solo se hai una forte società agricola puoi procedere a creare una società industriale sopra questa struttura. E quindi una società di servizi. Se la base crolla, l’agricoltura basata sulla fotosintesi, tutta la piramide collassa.
Noi produciamo il nostro cibo in un sistema energetico molto centralizzato, con una grandissima dissipazione di energie fossili. Queste energie sono concentrate e distribuite dal centro verso la periferia. Il loro sfruttamento presuppone un'alta intensità di capitali che ne determina un’organizzazione verticistica. Viviamo in un regime energetico, tra i più patriarcali e centralizzati della storia. Hai ragione, l’agricoltura per sua natura non è centralizzata. Invece si è cercato di trasformarla per renderla compatibile con questo regime energetico: si è creata l’”agro-industria” e abbiamo completamente divorziato dalla natura, quasi che l’ambiente fosse il nemico. Non è un caso che abbiamo sviluppato gli attuali pesticidi dopo la seconda guerra mondiale, prima li abbiamo utilizzati per fare la guerra e poi per l’agricoltura. La nostra agricoltura è basata su un modello di guerra. Invece ciò che m’impressiona di più del movimento Slow Food è proprio l’approccio olistico nei confronti del cibo.

P: Pensa che per questo molte volte ci accusano di passatismo. Però io credo che il passato non si debba dimenticare. Per esempio sarebbe necessario tornare a quello che era l’atteggiamento dei contadini quando prendevano coscienza del loro fondo e progettavano le attività che dovevano impiantarvi. Lo guardavano attentamente e stabilivano dove era meglio mettere un orto; magari dietro la cascina dov’è più ombroso allevavano qualche gallina. Anzi, le galline le facevano muovere sul terreno di modo che concimassero diverse parti del fondo insieme all’altro bestiame; poi nell’area più esposta al sole invece piantavano la vite. Era una visone che partiva da un approccio complesso, di attenzione alle interconnessioni, che in questo modo otteneva la maggiore efficienza dall’ambiente circostante senza comprometterlo. L’uomo collaborava con la Natura. Quando sento le tue teorie rispetto all’energia mi pare che sia di nuovo questo il concetto: noi non possiamo muoverci in maniera monoculturale e monoproduttiva. Dovremmo seguire l’esempio dei contadini che decidevano cosa fare nei loro possedimenti e questa potrebbe essere una buona pratica culturale, da sperimentare in tutti gli ambiti umani. Significa ritrovare quello che il mio amico Wendell Berry definisce “spirito di adattamento locale”.

R: Abbiamo una generazione che sta crescendo con internet. Questa rivoluzione nella comunicazione è molto differente da quella in cui siamo cresciuti io e te. Noi siamo cresciuti con la comunicazione centralizzata: radio, cinema, tv. Tutto dall’alto verso il basso. Oggi invece i giovani con in mano un Blackberry o un i-Phone possono creare la loro informazione, i loro video, audio e testi, immagazzinarli in formato digitale e condividerli. Questa rivoluzione è distribuita, è open source, è collaborativa e ha luogo in territori virtuali che sono beni comuni condivisi, dei commons. Una volta anche nell’agricoltura e in ogni altra attività economica la gente condivideva i commons e ne raccoglieva i frutti collettivamente. Poi l’egoismo ha creato quella che Gareth Hardin ha definito la “tragedia dei commons”. Anche l’agricoltura è diventata egoistica, materialista, non più basata sulla collaborazione e la condivisione. La vera natura umana invece è data dal fatto che nasciamo biologicamente interconnessi, siamo le creature più empatiche del mondo. Quello che Slow Food fa, ed è la prima volta che lo vedo nella mia vita, è prendere questa guida base dell’empatia ed estenderla alle nostre scelte alimentari, alla nostra Terra Madre, a ogni forma di vita su questo pianeta.

P: Quando mi chiedono com’è stato possibile, senza grandi risorse o strutture gerarchie, realizzare una rete come quella di Terra Madre, che oggi conta più di 6.000 comunità in 153 Pesi del mondo, io rispondo che le due colonne portanti di Terra Madre sono l’intelligenza affettiva e un’austera anarchia. L’intelligenza affettiva altro non è se non l’empatia di cui parli tu, la forza di una fraternità che non dimentichiamo essere stato il terzo valore della rivoluzione francese. Ma è stato anche quello più dimenticato. Oggi siamo pieni d’intelligenza razionale e manca l’intelligenza affettiva.
Per austera anarchia invece intendo la libertà da parte delle comunità di essere se stesse fino in fondo, di agire come meglio credono nel loro contesto territoriale, di esprimere pienamente il loro spirito di adattamento locale. Questo significa soprattutto difendere, portare in evidenza la sovranità alimentare e quella della conoscenza: ogni popolo, ogni comunità ha il diritto di scegliere cosa mangiare, cosa seminare e come comunicare; ha diritto alla propria identità. In questo momento storico, poi, mi pare che la sovranità della conoscenza sia fondamentale. I nuovi strumenti come internet e l’accesso più immediato ad audiovisivi alla portata di tutti credo possano farci uscire dalla monocultura dello scritto che non c’era nelle società contadine, perché la loro tradizione era quella della comunicazione orale. Con la monocultura dello scritto si sono estromesse dalla conoscenza persone come gli indigeni, i contadini, le donne, gli anziani e adesso anche quei giovani protagonisti della nuova rivoluzione della comunicazione, i quali condividono su internet ma sono ancora estromessi dalla cultura “ufficiale”. Io penso che noi abbiamo bisogno ci costruire velocemente i granai della memoria, perché le sapienze e i saperi di queste persone possono ancora essere raccolte con i nuovi strumenti e messe a disposizione di tutti.

R: Nella storia dell’umanità, in contemporanea con tutte le rivoluzioni della comunicazione e dell’energia è cambiata anche l’agricoltura, insieme alla nostra coscienza del tempo e dello spazio. È successo quando siamo passati dalle società di cacciatori-raccoglitori a una società di piccola agricoltura, poi nel passaggio alla grande agricoltura che si serviva dell’irrigazione e, infine, con il salto all’agricoltura centralizzata. Ovunque questo sia successo è corrisposto a una rivoluzione delle comunicazioni. In Messico, in Egitto, in Cina, in Mesopotamia con l’agricoltura stanziale si è dovuta sviluppare la scrittura. Anche all’inizio del XIX secolo, quando abbiamo avuto a che fare con la prima rivoluzione industriale e abbiamo dovuto convertire comunicazione ed energia, è cambiata l’agricoltura: abbiamo avuto la convergenza tra la stampa e l’uso del vapore e del carbone. È a quel punto che abbiamo visto per la prima volta l’agricoltura diventare veramente centralizzata. Poi le tecnologie meccaniche nella metà del XIX secolo hanno coinciso con un’ulteriore centralizzazione dovuta all'introduzione della chimica nell’agricoltura e la cosa è proseguita fino a una terza generazione, con gli OGM. Ora, come rompiamo quest’escalation?
Siamo all’inizio della terza rivoluzione industriale e all’inizio di un nuovo modello di comunicazione, con internet l’informazione sembra che stia correndo libera. Questa rivoluzione nella comunicazione sta convergendo verso un nuovo regime energetico, distribuito. Quando la comunicazione distribuita gestirà l’energia distribuita allora questa terza rivoluzione dispiegherà tutto il suo potenziale di crescita economica. Le energie rinnovabili si trovano in ogni singolo metro quadro della terra, tutti i giorni, ovunque: il vento, il sole, l’acqua, gli oceani. Milioni di persone potranno produrre la loro energia nei loro edifici e la potranno distribuire in maniera razionale con reti intelligenti. Quello che faremo nell’energia può essere replicato in agricoltura. La terza rivoluzione industriale converge con quella dell’agricoltura distribuita, un nuovo modello per servire le comunità urbane e connetterle con quelle agricole, per muoversi verso un’agricoltura ecologica.

P: Quando nel 2008 ho chiuso la terza edizione di Terra Madre ho sostenuto davanti a 8.000 contadini del mondo che la terza rivoluzione industriale sarebbe partita da loro. E lo dicevo non soltanto perché credo che questa rivoluzione prenderà ispirazione dalle campagne attraverso i saperi e l’esperienza di chi lavora con il cibo e per il cibo. Lo dicevo anche perché abbiamo bisogno di un diverso approccio per il nostro sistema alimentare. La crisi che stiamo vivendo è una crisi entropica storica. Lo sperpero di energie che provochiamo è determinato soprattutto dal sistema alimentare, da una quantità di spreco che non ha pari nella storia dell’umanità. Noi produciamo cibo per 12 miliardi di viventi mentre siamo 7 miliardi. Un miliardo soffre la fame e più di un miliardo invece ha problemi legati alla sovralimentazione, diabete e obesità. Le quantità di spreco quotidiano sono impressionanti: 4.000 tonnellate di cibo edibile ogni giorno in Italia, 22.000 negli USA. Al di là di nuove visioni ci vuole quindi anche un profondo cambiamento di paradigma individuale, supportato da un grande lavoro educativo e formativo. Scambiare il prezzo del cibo con il suo valore ci ha distrutto l’anima. Se il cibo è una merce non importa se lo spreco. In una società consumistica tutto si butta e tutto si può sostituire, anzi, si deve sostituire. Ma il cibo non funziona così. Dal punto di vista educativo il lavoro è quindi enorme, perché non significa solo una politica di contrapposizione nei confronti di chi governa il sistema, ma ci vuole una politica di cambiamento individuale. Non si esce dalla crisi entropica se non volando molto alto e cambiando profondamente i paradigmi a partire dalle nostre singole, piccole vite.

R: Ci dicono che ci sono troppe persone nel mondo e che non c’è abbastanza terra per tutti, ma quello che non capiscono è che un terzo di tutto il cibo prodotto sul pianeta è mangime per bovini che poi noi dovremo mangiare. Anche la FAO ha detto che l’industria della carne è la seconda causa principale del cambiamento climatico, ma allo stesso tempo sostiene che la produzione di cibo deve raddoppiare nei prossimi trent’anni per poter nutrire il pianeta. In questo modo avremo il 67% della terra coltivata per produrre mangimi animali! Allora ciò che possiamo fare è cominciare a cambiare la nostra dieta, dobbiamo ricordarci che non siamo carnivori, i gatti e i cani lo sono, noi no. E non siamo nemmeno erbivori: siamo onnivori. Siamo “progettati” per mangiare vegetali e integrare questa dieta con piccole quantità di carne. Per il 97% della nostra storia siamo stati raccoglitori-cacciatori, non cacciatori-raccoglitori. Quale dieta possiamo praticare oggi? Quella mediterranea per esempio, ma ci sono anche la dieta asiatica e quella africana che si basano sulle stesse proporzioni tra vegetali e animali. Quello che hai detto sul valore del cibo è così cruciale. Il cibo esprime l’identità delle persone. Nel mio Paese con il fast food abbiamo perso il nostro senso d’identità, e il nostro cibo ha smesso di essere un’estensione del nostro essere. Quel cibo non è umano in nessun senso della parola.

P: Sono arrivati a brevettare la vita. Bisogna essere irremovibili: non si può brevettare la vita. Allo stesso tempo sono convinto che sia necessario implementare un dialogo tra regni. Esistono due regni della conoscenza: la scienza ufficiale da un lato, quella che negli ultimi tre secoli è diventata molto autorevole, e i saperi tradizionali dall’altro, che in maniera empirica hanno implementato economie della sussistenza. Nei confronti di queste economie però c’è stato un atteggiamento di superiorità, sono state considerate miserevoli, fino a cercare di cancellarle. Ricordiamoci però che queste forme di economia, di sussistenza, hanno dato da mangiare per secoli a milioni di persone. Allora penso che sia giunto il momento per un dialogo e una dialettica tra il regno della scienza e il regno dei saperi tradizionali. Però la scienza non può porsi su un livello diverso, superiore, perché in questo modo non può esserci dialogo. Si deve avere la stessa dignità, si deve stare sullo stesso piano, deve esserci parità. Soltanto in questo modo ci può essere una dialettica, magari anche lo scontro, ma è così che si instaura un processo di verità, un qualcosa di veramente costruttivo.

R: Inizialmente nel mio paese le università e le scuole di agricoltura si sono strutturate sulla sapienza dei contadini, hanno preso la loro conoscenza e sono diventate capaci di disseminarla. Tutto questo ora è cambiato, adesso queste scuole sono controllate dalla grandi compagnie che maneggiano la scienza della vita. Se crediamo nell’agricoltura ecologica dobbiamo dire no a qualsiasi forma di brevetto sulla vita e sui geni. La vita non appartiene a una tribù locale, non appartiene a una nazione o a una compagnia come la Monsanto. Appartiene all’evoluzione di questo pianeta. Questa è la vera sfida per le generazioni future: vietare i brevetti e rendere libera e condivisa l’informazione sui pool genetici, per condividere la nostra responsabilità, perché noi siamo gli steward della vita sulla terra.

P: Ai lettori di La Repubblica interesserà sapere ancora due cose. Negli Stati Uniti d’America avverto un grande rinascimento su queste tematiche, proprio nella patria del fast food. L’attenzione per il cibo e per la nuova agricoltura, per i farmers’ markets ha dato vita a un movimento molto forte, che sta emergendo in maniera dirompente. Lo avverto anche per il fatto che laggiù Slow Food sta avendo un successo sorprendente in termini di adesioni. Tu come leggi queste nuove tendenze, me le confermi?

R: Ci sono molti valori che stanno aggregandosi, attraverso il lavoro di diversi movimenti. Per esempio abbiamo una generazione di giovani consumatori che vuole solo cibo biologico. Ciò che li muove è il desiderio di salute. È uscito uno studio il mese scorso che collega i pesticidi con i disturbi del comportamento e i deficit dell’attenzione. I genitori non vogliono che i figli abbiano questi disturbi, quindi evitano i cibi da agricoltura industriale. Poi c’è il movimento per il benessere animale che dice: quello che è cattivo per le piante e per gli animali è cattivo anche per l’uomo. Ciò che facciamo alle piante e agli animali nei processi di agricoltura industriale è crudele e ci tornerà indietro. Il terzo movimento invece è quello ambientalista, che ha iniziato a vedere le terribili conseguenze dell’agricoltura sull’acqua e sui terreni: gli inquinamenti da pesticidi e fertilizzanti che distruggono interi ecosistemi. Questi tre movimenti stanno emergendo insieme, sono molto potenti e sono tutti basati sulla coscienza della biosfera. È quello che mi dà speranza. In tutte le scuole del mondo bisognerebbe insegnare che tutto quello che facciamo impatta drammaticamente la vita di qualche altra creatura. Non siamo isolati, autonomi, incentrati sul nostro interesse, predatori e individualisti, ma siamo creature sociali connesse con le altre creature e con tutta la biosfera che sorregge la nostra vita. Cambiare le nostre abitudini alimentari in un modo distribuito e olistico, per sviluppare il nostro cibo in armonia con il resto della biosfera è una rivoluzione in termini di coscienza, che avrà effetti su tutti gli altri aspetti della nostra vita.

P: Invece che ne pensi del disastro provocato dalla piattaforma della BP nel Golfo del Messico? Lo trovo terrificante.

R: Catastrofico. Alla mia età cerco di non arrabbiarmi più, ma quando ho compreso la grande perdita che stiamo subendo, che questo avrà ripercussioni per generazioni e generazioni sulla vita delle persone, non ce l’ho fatta. Dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti, negli Stai Uniti ma anche qui in Europa e nelle Paesi in via di sviluppo. È come con la guerra in Vietnam, che ha risvegliato le coscienze e ha fatto nascere il movimento pacifista. Ho fiducia nei giovani: penso che stia avvenendo un grande cambiamento politico nel mondo, la vecchia politica è sempre stata divisa tra conservatori e non, tra destra e sinistra, ma questa è la nuova generazione che non si cura delle ideologie e degli schieramenti, è una generazione che cresce con internet e collabora nei suoi spazi sociali come Youtube e Facebook. Stanno portando avanti una visione diversa, collaborativa, che condivide le tecnologie e le mette a disposizione, che lavora insieme. Questa è la nuova politica.

P: Mi piace molto il riferimento che hai fatto al Vietnam, perché credo sia questo il nuovo pacifismo, ciò che deve fermare la nostra guerra alla Natura.

R: Stop war on nature! Hai ragione. Abbiamo lottato contro la natura per troppo tempo. È ora di smetterla e di comportarsi da veri esseri umani. Abbiamo mandato nello spazio messaggi, onde radio e quant’altro alla ricerca di altre forme di vita, sperando che qualcuno ci rispondesse, ma nessuno ci ha risposto. Cerchiamo la vita intelligente nell’universo mentre non ci rendiamo conto che è proprio davanti ai nostri occhi. È la vita delle piante con la loro bellezza, la vita degli animali, dei mammiferi che provano sentimenti: siamo circondati dalla vita ovunque,
dal mistero della vita.

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